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Il nuovo volto del Santuario

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Il Santuario della Madonna delle Grazie


Se non ci ostiniamo a essere precisi o perentori è facile trovarsi d’accordo su come debba essere un qualcosa creato dall’uomo; qualcuno si distinguerà nel presentare un’idea più familiare, mentre qualcun altro ci presenterà un’altra idea un pò più azzardata. Basti pensare ai nostri movimenti migratori, quando magari andiamo in vacanza, per avere un’ulteriore prova sulla differenza dei nostri gusti.
Per superare la nostra riluttanza a dare giudizi espliciti sull’estetica di un edificio, dobbiamo confrontarci con l’arroganza con la quale discutiamo di pregi e difetti degli altri esseri umani. Gran parte delle conversazioni in società si riducono a un’analisi di come qualche assente si sia allontanato da un ideale di comportamento, o perché molto spesso, invece, vi si sia adeguato. Nel registro informale così come in quello colto, tendiamo a fare la conta dei vizi e delle virtù, tanto che il “pettegolezzo” diventa un’autentica versione popolare dell’etica. Raramente separiamo i nostri rancori o la nostra ammirazione in ipotesi astratte, eppure inconsciamente, nella nostra semplicità quotidiana, seguiamo le orme di tutti quei teologi e filosofi che hanno scritto trattati allo scopo di identificare e analizzare le virtù umane.
Possiamo, dunque,  imparare a identificare un luogo sacro come vicino e familiare, così come sono riusciti studiosi di teologia di tutti i tempi quando si sono sforzati di chiarire, per quanto possibile, i misteri della fede e della vita in modo da farli condividere alla comunità. Possiamo, allo stesso modo, imparare a dare un nome alle virtù degli edifici, proprio come hanno fatto i filosofi con le virtù delle persone, definendo con precisione gli stessi valori architettonici della generosità o della modestia, dell’onestà o della cortesia. Stabilire analogie tra architettura e teologia, estetica ed etica, ci aiuta a comprendere che difficilmente in un edificio ci sarà mai un’unica fonte di bellezza, proprio come nessuna qualità potrà mai giustificare da sola la grandezza di Dio o addirittura la bellezza interiore di una persona.
Un edificio con le giuste proporzioni ma composto di materiali inadeguati non sarà meno fragile di un uomo coraggioso a cui mancano pazienza e intuito. Ecco perché il luogo in cui ci troviamo conferisce o meno sicurezza a ciò che siamo in grado di credere. Noi restiamo fedeli a un luogo, e in special modo a un luogo sacro, solo se i nostri edifici lo riaffermano, soprattutto quando il pericolo si cela dietro le passioni che ci corrompono o quando la dimensione commerciale e vociante delle nostre città ci porta fuori strada.
Abbiamo bisogno di luoghi in cui i valori esteriori incoraggino e rafforzino le nostre aspirazioni interiori, avvicinandoci a Dio anche attraverso un’immagine, un colore, una linea. Abbiamo bisogno di sentire vicino tutto ciò che ci circonda, da ciò che è raffigurato sulle pareti o sui soffitti fino alle vetrate colorate, alle panche, alle candele, per restare fedeli alla parte più sincera di noi stessi.
E’ necessario oggi sottolineare e rammentare con forza quanto sia necessario che ognuno contribuisca per la sua parte a mantenere nel tempo un patrimonio unico, come quello di un luogo sacro, senza restare dietro le quinte di un’analisi residuale e vacillante delle scelte operate da chi ha portato in qualche modo del suo, davanti o dietro il sipario, aiutando a costruire lo scenario attuale. Il passato ci insegna quanto i nostri avi, in periodi storici non certo più facili di quelli che insieme adesso viviamo, siano stati capaci di lasciare ai posteri luoghi di immenso pregio e bellezza, grazie all’opera di piccoli e grandi, uomini e donne che con volontà univoca hanno costruito e conservato tanta grandezza.
I problemi del Santuario della Madonna delle Grazie erano molteplici, le sue forme sembravano scontrarsi con l’epoca e trasmettevano un degrado dovuto alla precarietà che da sempre ha dominato questa costruzione. Tuttavia, la Chiesa esercitava una profonda seduzione sebbene la stessa sicurezza strutturale dell’opera fosse in pericolo. Oggi possiamo dire che l’edificio è in buona salute nel suo assetto globale e presenta un aspetto più fresco e più armonico, grazie alla laboriosa opera di piccoli e grandi, uomini e donne che, messi insieme da un uomo di Dio come Don Alfonso Patrono, mossi da univoca volontà e uniti dalla fede, hanno realizzato qualcosa di buono per tutta la Comunità e soprattutto per i posteri.


- Pietro Caruso & Federica Mazzuca -





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