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Il Vangelo della Domenica

24 luglio 2016 – XVII domenica del tempo ordinario C
Liturgia della Parola: 1lettura: Gen 18,20-32 - Salmo responsoriale: Salmo 137 - 2lettura: Col 2,12-14 - Vangelo: Lc 11,1-13.

Dal Vangelo secondo Luca
Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:
"Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
e non abbandonarci alla tentazione"».
Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: "Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli"; e se quello dall’interno gli risponde: "Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani", vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono. Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!»
. Parola del Signore

Meditazione
Gesù innanzitutto ci insegna a rivolgerci a Dio con la confidenza dei figli. Infatti ci insegna a rivolgerci a Dio, con lo stesso appellativo con cui lui, il Figlio, si rivolge al Padre celeste: "Padre". Nel battesimo infatti siamo diventati figli di Dio, perché siamo uniti a Gesù come le membra al corpo e come i tralci alla vite. Così Gesù ci coinvolge anche nella sua relazione filiale con il Padre. Poi ci insegna a chiedere con invadenza, come l’amico importuno della parabola, e a chiedere con fiducia, perché Dio è infinitamente più buono dei nostri genitori, e ci vuole donare solo cose buone. Quanto al contenuto della nostra preghiera nel Padre nostro ci insegna a rivolgere a Dio cinque richieste: la santificazione del suo nome, la venuta del suo regno, il pane quotidiano, il perdono dei peccati e l’aiuto per non soccombere nelle tentazioni. La prima e la seconda richiesta sono le più importanti. Con la prima chiediamo a Dio di santificare il suo nome nella nostra vita, facendoci vivere uniti a lui. Con la seconda di partecipare in pienezza al suo regno, a cui già partecipiamo. Gesù ha sintetizzato tutte le richieste del Padre nostro con il dono dello Spirito Santo, che Dio vuole donare a quelli che glielo chiedono. Nel Padre nostro Gesù ci insegna a chiedere ciò che è buono e perciò Dio ci vuole donare. E tutto ciò che è buono è racchiuso nel dono dello Spirito Santo, cioè della vita divina in noi. Perché se Dio è in noi e noi siamo in lui, viene santificato il suo nome, viene  il suo regno per noi, non ci mancherà il pane quotidiano, riceveremo giorno per giorno il perdono dei peccati, e non soccomberemo alla tentazione. Dunque recitando il Padre nostro oppure invocando lo Spirito Santo, noi rivolgiamo a Dio la stessa richiesta. Dalla prima lettura impariamo che Dio per riguardo a pochi giusti è disposto a perdonare i tanti empi che stanno con loro e che la sua misericordia prevale sulla sua giustizia. La vita dei giusti sulla terra è di per se stessa un’intercessione per i malvagi. Anche se i giusti non si rivolgono a Dio con parole, pregando per gli empi, è la loro vita rivolta al Signore che lo fa con più eloquenza. E Dio è disposto a far prevalere la sua misericordia sulla sua giustizia. L’atteggiamento di Abramo poi ci insegna che dobbiamo interessarci del prossimo anche con la preghiera di intercessione. Abramo si preoccupa dei giusti, noi sulla scorta di Gesù, che non è venuto a chiamare i giusti ma i peccatori, dobbiamo interessarci anche di quest’ultimi, pregando per la loro conversione. La seconda lettura ci ricorda che noi siamo passati dalla morte del peccato alla vita nuova di figli di Dio mediante la nostra unione a Gesù Cristo. E’ questo che Paolo afferma ripetutamente dicendo: "Con Cristo…con lui…con lui Dio…". Di fatto quest’unione si è realizzata nel battesimo mediante la fede nella potenza di Dio che ha risuscitato Gesù dai morti. La fede permette all’uomo di appropriarsi del dono del battesimo, che è l’unione con Gesù morto e risorto. E quindi dei frutti della sua morte e risurrezione, che sono il perdono dei peccati e la vita nuova dei figli di Dio. La vita cristiana in quanto unione con Gesù Cristo deve svilupparsi come vita con lui che ha amato ed ha dato la vita per noi. Deve essere una vita vissuta nell’amore. Il peccato è fonte di morte, l’amore è fonte di vita. Il Salmista ci insegna a saper ringraziare Dio per tutti i suoi benefici. Noi abbiamo già ricevuto tanto da Dio, e continuiamo a ricevere doni quotidianamente. A volte ce ne accorgiamo come nel caso in cui lo preghiamo e veniamo esauditi. Altre volte i doni di Dio nella nostra vita passano inosservati. Ma se avessimo gli occhi più aperti, ci renderemmo conto che tutto il bene che abbiamo viene da lui. Quando facciamo queste esperienze, sentiamo il bisogno di ringraziare Dio in continuazione, con la fiducia che come ci ha aiutato e ci aiuta, così ci aiuterà nelle difficoltà future che potranno presentarsi. Questa fiducia ci fa vivere abbandonati e sereni nelle sue mani.


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17 luglio 2016 – XVI domenica del tempo ordinario C
Liturgia della Parola: 1lettura: Gn 18,1-10 - Salmo responsoriale: Salmo 14 - 2lettura: Col 1,24-28 - Vangelo: Lc 10,38-42.


Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò.
Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.
Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».
Parola del Signore

Meditazione
Maria e Marta rappresentano i due modi fondamentali con cui i credenti accolgono Gesù, e cioè l’ascolto e il servizio. Ora che Gesù non è più visibile può essere ascoltato nella parola della Scrittura e nella parola della predicazione, può essere servito nelle membra della chiesa, nei fratelli, nel prossimo. Ma tra questi due modi di accoglienza il primato spetta all’ascolto come fa intendere Gesù, dicendo che “Maria ha scelto la parte migliore”. Gesù non delegittima la parte di Marta, che viene amorevolmente rimproverata non per il suo servizio ma per la sua agitazione: “Tu ti affanni e ti agiti per molte cose”. Tuttavia la parte di Maria è la parte migliore, perché la parola di Gesù è più importante del cibo che perisce, è più importante della vista fisica destinata alla morte. La parola di Gesù è fonte di vita eterna. E difatti la chiesa viene edificata mediante la parola di Gesù, che deve orientare il nostro servizio. Nella chiesa c’è bisogno anche del servizio, ma deve scaturire dall’ascolto della parola di Gesù, che ci fa vedere le necessità e le sofferenze dei fratelli, e ci dà la motivazione per agire con retta intenzione. Un servizio distaccato dalla parola di Gesù, diventa un agitarsi come Marta, fa perdere di vista lo scopo per cui si compie. Oppure serve più a chi lo fa che a chi lo riceve perché è fatto per la gloria o la gratificazione umana e non per amore gratuito, l’unico che rende gloria a Dio. Ora il più grande servizio che possiamo rendere al prossimo, la più grande carità che possiamo manifestargli, è l’annuncio della parola di Gesù. Nella prima lettura abbiamo ascoltato che Dio appare ad Abramo sotto sembianze umane ed accetta la sua ospitalità. Questo avviene perché Abramo ha trovato grazia agli occhi di Dio. Il modo di rivelarsi di Dio sotto sembianze umane, pur non essendo uomo, e di accettare l’ospitalità, mangiando e bevendo, pur non avendone bisogno, fanno parte della sua condiscendenza, di cui hanno parlato i Padri della chiesa. La condiscendenza è quell’atteggiamento di Dio per cui, per entrare in relazione con gli uomini, si adatta ai loro limiti. La condiscendenza rivela l’amore di Dio verso l’uomo e la sua umiltà per cui non ha difficoltà ad abbassarsi al livello umano. Ma non ogni uomo sperimenta questa condiscendenza divina ma solo quelli che come Abramo hanno trovato grazia ai suoi occhi. Se Dio ad Abramo appariva sotto sembianze umane, in Gesù Cristo si è fatto veramente uomo ed è venuto ad abitare in mezzo a noi. Il Salmista ci dice che mediante l’obbedienza alla sua parola noi diventiamo ospiti Dio, cioè viviamo in intimità con lui. Infatti si domanda chi abiterà nella tenda di Dio e risponde con un elenco di opere buone che scaturiscono dall’ascolto della parola di Dio:  “Colui che cammina senza colpa,/pratica la giustizia/e dice la verità che ha nel cuore, /non sparge calunnie con la sua lingua./Non fa danno al suo prossimo/e non lancia insulti al suo vicino./Ai suoi occhi è spregevole il malvagio,/ma onora chi teme il Signore./Non presta il suo denaro a usura/e non accetta doni contro l’innocente./Colui che agisce in questo modo/resterà saldo per sempre”. Nella seconda lettura sentiamo che Paolo svolge il suo servizio della parola non solo con la parola e con l’esempio ma anche con le sue sofferenze. Non parla solo di Gesù Cristo ma soffre anche con lui. Sicché diventa un annuncio vivente di Gesù Cristo. Ha compreso che le sue sofferenze sono una partecipazione alla passione di Gesù e giovano alla chiesa. Per questo le vive con gioia, perché non sono inutili. La sua gioia scaturisce dal fatto che spende la vita per la chiesa. Non è la sofferenza in se stessa che lo fa gioire, ma la sofferenza offerta a vantaggio della chiesa. La gioia in fondo scaturisce sempre dall’amore che si dona. San Giovanni Paolo II confessava in un Angelus, che dopo aver intrapreso tante iniziative per la chiesa, si era reso conto che non bastavano, che doveva aggiungere ad esse la sua sofferenza. Il credente che è capace di soffrire per la chiesa, si avvia verso la perfetta assimilazione a Gesù Cristo. Ma tutto questo lo opera la parola di Dio quando attecchisce e feconda la nostra vita.



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3 luglio 2016 – XIV domenica del tempo ordinario C

Liturgia della Parola: 1lettura: Is 66,10-14 - Salmo responsoriale: Salmo 65 - 2lettura: Gal 6,14-18 - Vangelo: Lc 10,1-12.17-20.

Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: "Pace a questa casa!". Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: "È vicino a voi il regno di Dio". Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: "Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino". Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città».
I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli»
.Parola del Signore.

Meditazione
Gesù è in cammino verso Gerusalemme, dove con la sua passione, morte e risurrezione avvierà il raduno di tutti i popoli nell’unico popolo di Dio. Nel vangelo abbiamo ascoltato che "designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi". Questi discepoli hanno il compito di preparare gli uomini ad incontrare Gesù. Questa missione è rivolta agli Israeliti che Gesù incontrerà nel suo viaggio verso Gerusalemme. Ma dopo la risurrezione invierà i discepoli a tutte i popoli della terra. Gesù constata che la messe è abbondante ma sono pochi gli operai. La messe rappresenta gli uomini disponibili ad accogliere Gesù, ma sono pochi gli operai, cioè i discepoli di Gesù che portano gli uomini ad incontrarlo. Il rimedio suggerito da Gesù è la preghiera a Dio, perché mandi operai. Mediante la preghiera dobbiamo desiderare che Dio ci trasformi da discepoli in apostoli del suo Figlio. Non dobbiamo immaginare che Dio deve trasformare gli altri discepoli in apostoli, mentre noi, rimarremmo a pregare senza far niente. La preghiera ci deve conformare  alla volontà di Dio, il quale domanda ad Isaia: "Chi manderò e chi andrà per noi?". Ed il profeta che si conforma alla volontà di Dio, risponde: "Eccomi, Signore, manda me!". Mediante la preghiera dobbiamo prepararci a corrispondere a Dio che ci vuole mandare ad annunciare il Figlio suo Gesù Cristo. Gesù ci dà delle indicazioni perché la missione sia efficace. Innanzitutto ci avverte che noi suoi discepoli andiamo in un mondo che ci è ostile come i lupi sono ostili agli agnelli. Noi siamo in questo mondo ostile, deboli ed inermi come agnelli, ad imitazione di Gesù, l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. Con questo paragone Gesù ci invita a seguire lui ed a confidare in Dio, non rispondendo al male che subiamo con altro male, ma piuttosto come ha fatto lui perdonando ed amando, perché questa sarà la nostra vittoria. Dobbiamo condurre una vita povera, per rendere credibile l’annuncio del regno di Dio. Infatti se invitiamo gli uomini a cercare innanzitutto il regno di Dio, esortandoli a confidare in Dio, per essere credibili dobbiamo mostrare nel nostro comportamento quello che diciamo. Conducendo una vita ridotta all’essenziale, mostriamo di confidare davvero in Dio. Il compito della nostra missione è di portare gli uomini ad incontrare Gesù, perché siano liberati dal potere del demonio ed entrino a far parte del popolo di Dio. Questo popolo è in cammino sulla terra verso la patria del cielo. Tutti quelli che fanno parte del popolo di Dio sono cittadini del cielo. E’ questo il motivo per cui Gesù invita i suoi discepoli a rallegrarsi: "Rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli". La prima lettura contiene una profezia di questa opera del Signore: "Ecco, io farò scorrere verso di essa,/come un fiume, la pace;/come un torrente in piena, la gloria delle genti". E per questo il Signore invitava gli Israeliti a rallegrarsi e ad esultare. La nuova Gerusalemme infatti vedrà il raduno di tutti i popoli con il popolo d’Israele, per formare l’unico popolo di Dio, che sperimenterà la sua pace. Al profeta fa eco il Salmista che invita tutti i popoli della terra a lodare Dio: "Acclamate Dio, voi tutti della terra,/cantate la gloria del suo nome,/dategli gloria con la lode". Mentre l’apostolo nella seconda lettura si vanta della croce di Cristo, cioè della sua morte da cui scaturisce la salvezza. Infatti si dice nel vangelo che Gesù doveva morire per radunare i figli di Dio che erano dispersi. Noi entriamo a far parte del popolo di Dio mediante la rinascita battesimale che ci rende figli di Dio, membri del popolo di Dio, cittadini della Gerusalemme del cielo.


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26 giugno 2016 – XIII domenica del tempo ordinario C
Liturgia della Parola: 1lettura:
1Re 19,16.19-21 - Salmo responsoriale: Salmo 15 - 2lettura: Gal 5,1.13-18 - Vangelo: Lc 9,51-62.

Dal Vangelo secondo Luca
Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio. Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».
A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio».
Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».
Parola del Signore

Meditazione
Come Gesù ha preso la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme per compiere la volontà di Dio, così anche noi suoi discepoli dobbiamo prendere la ferma decisione di seguirlo. Gesù sa bene che prima di essere elevato alla destra di Dio ed entrare nella sua gloria, deve passare per la croce che lo attende a Gerusalemme. Così anche noi dobbiamo essere consapevoli che per raggiungere Gesù nella sua gloria, dobbiamo seguirlo nella via della croce. E quello che Gesù vuole far capire, innanzitutto a Giacomo e Giovanni che lo tentano proponendogli come il demonio un messianismo basato sull’esercizio del potere. E invece Gesù è venuto per servire e dare la propria vita in riscatto per molti. Poi a quel tale che si è offerto di seguirlo, forse immaginando di avere una vita più facile e più comoda, Gesù risponde: "Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo". Seguire Gesù comporta sacrifici e difficoltà, e tuttavia bisogna seguirlo senza prendere tempo e senza distrazioni.  Non bisogna perdere tempo, come fa capire Gesù a quel discepolo che gli ha chiesto di andare prima a seppellire suo padre. E’ così urgente mettersi a seguire Gesù, che ogni altro dovere passa in secondo ordine. Non bisogna distrarsi fa capire Gesù all’altro che gli ha chiesto di andare a congedarsi da quelli di casa, perché ogni distrazione fa perdere la direzione del cammino e può essere fatale. Dunque siamo chiamati a prendere la ferma decisione di seguire Gesù sulla via della croce, cioè dell’amore che si fa servizio e dono di vita. La prima lettura ci presenta l’esempio di Eliseo che
ha lasciato tutto per seguire Elia e diventare profeta di Dio come lui. Ha considerato il servizio di profeta una condizione più dignitosa e più vantaggiosa di quella in cui si trovava. Eliseo infatti era un benestante come fa capire il particolare che arava con dodici paia di buoi. Ma davanti alla chiamata del profeta non mostra esitazioni, lasciò i buoi e corse dietro ad Elia. Evidentemente perché accoglieva la chiamata di Elia non come quella di un uomo ma come chiamata di Dio. E’ deciso a seguire il profeta per il resto della sua vita, per cui brucia lo strumento di lavoro, il suo aratro, sicuro che non ritornerà più al lavoro e alla vita di prima. D’ora in poi servirà solo il Signore. L’uomo che parla nel Salmo è un grande convertito. Se leggiamo il Salmo per intero sentiamo la sua confessione che un tempo si volgeva agli idoli. Ma dopo aver sperimentato tante pene è ritornato al Signore. Ed ora il Signore è diventato per lui la ragione della sua vita: "Il Signore è mia parte di eredità e mio calice:/nelle tue mani è la mia vita./… Io pongo sempre davanti a me il Signore,/sta alla mia destra, non potrò vacillare". Nella seconda lettura l’apostolo ci ricorda che la libertà cristiana che è libertà dalla schiavitù del peccato e della legge, non deve divenire un pretesto per vivere secondo la carne, cioè secondo la natura umana corrotta. Questa sarebbe una falsa libertà, perché ci farebbe ricadere di nuovo nella schiavitù del maligno. La vera libertà invece consiste nell’amore. E noi cristiani possiamo vivere in questa libertà se ci lasciamo guidare dallo Spirito Santo. Infatti lo Spirito trasforma le esigenze dell’amore, che poi sono le esigenze della legge, da comandi in desideri. Sicchè non sentiamo più il peso della legge, perché desideriamo amare come comanda la legge. La decisione che dobbiamo prendere seguendo Gesù è di lasciarci guidare dallo Spirito Santo e non dalla carne. Infatti dice Paolo altrove, chi semina nella carne raccoglie corruzione, ma chi semina nello Spirito raccoglie vita eterna.


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19 giugno 2016 – XII domenica del tempo ordinario C
Liturgia della Parola: 1lettura:
Zc 12,10-11;13,1 - Salmo responsoriale: Salmo 62 - 2lettura: Gal 3,26-29 - Vangelo: Lc 9,18-24.

Dal Vangelo secondo Luca
Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto».
Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio». Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».
Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà»
.  Parola del Signore

Meditazione
Nel vangelo abbiamo ascoltato che Gesù interroga i discepoli riguardo all’opinione della gente su di lui: «Le folle, chi dicono che io sia?». Poi li interroga sulla loro opinione: «Ma voi, chi dite che io sia?». La gente ha capito che Gesù è un profeta, un inviato che parla a nome di Dio. I discepoli hanno capito che Gesù è più di un profeta. Infatti Pietro lo confessa: «Il Cristo di Dio». Ma anch’essi hanno bisogno di capire meglio l’identità di Gesù. Egli è un profeta ed è il Cristo di Dio, ma come dovrà compiere la sua missione? «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno». Con l’annuncio della passione Gesù spiega ai discepoli che egli deve compiere la sua missione come il servo sofferente del Signore, di cui aveva parlato il profeta Isaia. Gesù si sottoporrà alla sofferenza per espiare i nostri peccati. Nella sofferenza e nella croce si manifesterà la sua identità profonda, perché ci ama fino a donare la vita. Infatti è il Figlio di Dio, di un Dio che è amore. La croce è il segno dell’amore di Dio, che è sorgente di vita. Dalla croce di Gesù cioè dall’amore di Dio, scaturisce "uno spirito di grazia e di consolazione… una sorgente zampillante per lavare il peccato e l’impurità" di cui parlava il profeta nella prima lettura, scaturisce la grazia del battesimo che ci rende figli di Dio, di cui parlava Paolo nella seconda lettura. Il profeta nella prima lettura parla del dono dello Spirito Santo di cui avevano parlato prima di lui Geremia ed Ezechiele. Il profeta lo chiama spirito di grazia e di consolazione, riferendosi agli effetti che avrebbe prodotto negli uomini. Lo Spirito Santo li rende graditi a Dio, poiché li purifica dai peccati, e così fa loro sperimentare la consolazione di Dio. Ma il dono dello Spirito avrebbe fatto seguito alle sofferenze di un misterioso personaggio, che non è altri che il servo sofferente del Signore. L’apostolo nella seconda lettura ricordava «quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo». Siamo divenuti una sola cosa con Gesù. E poiché Gesù è discendente di Abramo e figlio di Dio, di conseguenza anche noi uniti a Gesù siamo discendenza di Abramo e figli di Dio. Come discendenza di Abramo otteniamo quello che Dio gli aveva promesso: «In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra». La benedizione promessa è il dono dello Spirito Santo e l’adozione a figli di Dio. Per crescere come figli di Dio dobbiamo seguire Gesù il Figlio di Dio, che appunto ci chiama a seguirlo sulla via della croce, cioè di un amore che si fa dono. Fuori dell’amore di Gesù c’è solo egoismo. E l’egoismo non può rendere felice né condurre alla salvezza. Per questo Gesù dice: "Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua". Infatti se uno rinunciasse ad amare come Gesù, pensando così di salvare la propria vita, in realtà la perderà, perché non solo non sarà felice su questa terra, ma perderà anche la vita eterna. Al contrario chi segue Gesù e perde la propria vita, amando come lui, la troverà, nel senso che sarà felice in questa vita e otterrà la vita eterna. Il Salmista ha compreso bene che l’amore di Dio è più importante della vita. Infatti una vita senza l’amore di Dio non sarebbe più vita. Sapendo questo, accostiamoci con la sua sete e la sua fame ai divini misteri, perché sperimentando l’amore di Dio sappiamo poi donarlo al prossimo come Gesù ci ha insegnato.


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12 giugno 2016 – XI domenica del tempo ordinario C
Liturgia della Parola: 1lettura:
2Sam 12,7-10.13 - Salmo responsoriale: Salmo 31 - 2lettura: Gal 2,16.19-21 - Vangelo: Lc 7,36-8,3.

Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo.
Vedendo questo, il fariseo che l’aveva invitato disse tra sé: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!».
Gesù allora gli disse: «Simone, ho da dirti qualcosa». Ed egli rispose: «Di’ pure, maestro». «Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?». Simone rispose: «Suppongo sia colui al quale ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene». E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo. Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco».
Poi disse a lei: «I tuoi peccati sono perdonati». Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è costui che perdona anche i peccati?». Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!».
In seguito egli se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio. C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni; Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni.
Parola del Signore.

Meditazione

La liturgia della parola di oggi ci parla della misericordia di Dio che è più grande dei nostri peccati. Si parla di tre peccatori che sperimentano la sua misericordia. Nel vangelo c’è una donna peccatrice che si avvicina a Gesù con umiltà e venerazione. Bagna di lacrime i suoi piedi e li asciuga con i suoi capelli. Gesù la lascia fare, facendole così sperimentare l’accoglienza di Dio, che non respinge i peccatori pentiti che ritornano a lui. Gesù poi dice pubblicamente di lei: "Sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato". Si è infatti pentita per amore di Dio, ha provato dispiacere dei suoi peccati per aver offeso Dio. Ed ora è pronta a spendere il resto della sua vita, pensando solo ad amare Dio. Il suo amore prima e dopo il perdono copre la moltitudine dei suoi peccati, copre il tempo perduto, il male fatto. Simone il fariseo, che non si sente grande peccatore, e tutti quelli che la pensano come lui, corrono il rischio di amare poco Dio, di non sentirsi in debito di gratitudine con lui come la donna. Chi di più chi di meno, siamo tutti peccatori, tutti abbiamo bisogno del perdono di Dio, e tutti dobbiamo sentirci in debito nei suoi riguardi, e non al contrario pensare che Dio sia in debito con noi. Poi non dobbiamo giudicare gli altri, perché rischiamo di sbagliare. Simone pensava che questa donna era un grande peccatrice, ma in quel preciso momento in cui lo pensava si stava sbagliando. Infatti lo era stata fino a poco prima, ma a contatto con Gesù, non lo era più perché era stata perdonata. Nella prima lettura c’è Davide che si è macchiato di omicidio e di adulterio. Dio manda il suo profeta a rimproverarlo di ingratitudine: "Così dice il Signore, Dio d’Israele: Io ti ho unto re d’Israele e ti ho liberato dalle mani di Saul, ti ho dato la casa del tuo padrone e ho messo nelle tue braccia le donne del tuo padrone, ti ho dato la casa d’Israele e di Giuda e, se questo fosse troppo poco, io vi aggiungerei anche altro". Con il suo comportamento Davide ha disprezzato la parola del Signore. Tuttavia Dio che non vuole la morte del peccatore ma la sua conversione, con il rimprovero vuole spingere Davide al ravvedimento. Infatti quando Davide riconosce il suo peccato, subito il profeta gli annuncia: "Il Signore ha rimosso il tuo peccato". Nel Salmo responsoriale sentiamo parlare un altro peccatore, di cui non si dice il nome. Quest’uomo racconta la sua esperienza del perdono di Dio. Non ha coperto il suo peccato, per dimenticarlo ma lo ha confessato e Dio lo ha perdonato: "Ti ho fatto conoscere il mio peccato,/non ho coperto la mia colpa./Ho detto: «Confesserò al Signore le mie iniquità»/e tu hai tolto la mia colpa e il mio peccato". Avviene sempre così. Quando pensiamo di rimuovere il nostro peccato, vediamo che viene sempre a galla. Quando lo riconosciamo e ce ne pentiamo, subito Dio ci perdona e ci dona la pace. Nella seconda lettura San Paolo ci dice che nessun uomo con le proprie forze, potrà compiere tutte le opere della legge, né potrà compierle in modo gradito a Dio. Quindi per le opere della legge nessun uomo viene giustificato. La giustificazione è il passaggio dalla condizione di peccatore che separa da Dio a quella di giusto che fa entrare in relazione con Dio. Solo la fede in Gesù Cristo è capace di giustificare l’uomo, perché lo unisce a Gesù crocifisso e lo fa morire alla vita di prima, facendolo rinascere ad una nuova vita che è la vita di Cristo. Quindi dire che con le opere della legge nessun uomo viene giustificato, significa dire che nessun uomo può rendersi giusto da se stesso, e così entrare in relazione con Dio. Dire che l’uomo è giustificato mediante la fede in Gesù Cristo, significa affermare che è Dio a render giusto l’uomo per mezzo di Gesù, suo Figlio, per farlo entrare in relazione con lui. Rendiamo grazie a Dio che per mezzo di Gesù Cristo ci fa passare dalla morte del peccato alla vita nuova della grazia.


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5 giugno 2016 – X domenica del tempo ordinario C
Liturgia della Parola: 1lettura:
1Re 17,17-24 - Salmo responsoriale: Salmo 29 - 2lettura: Gal 1,11-19 - Vangelo: Lc 7,11-17.

Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante. Parola del Signore

Meditazione

Il vangelo ci presenta due cortei, il primo guidato da Gesù, e il secondo guidato dal morto che viene condotto alla tomba. Questi due cortei continuano ancora oggi a camminare sulla terra e non sempre si incontrano come avvenne quel giorno a Nain. Il primo corteo guidato da Gesù è la sua chiesa, formata dai noi suoi discepoli, che lo riconosciamo Signore della vita. Il secondo corteo guidato dal  morto è l’insieme degli uomini che non hanno ancora incontrato Gesù. Essi camminano su questa terra andando dietro la morte, che chiuderà la loro vita per sempre. Nel racconto evangelico è Gesù che si dirige verso Nain dove avviene l’incontro col morto e con quelli che lo seguivano. Questo vuol dire che come discepoli di Gesù, guidati da lui, dobbiamo essere noi a dirigerci verso Nain per portare al morto Gesù Cristo. Ci deve spingere a questa direzione la compassione di Gesù verso le folle che sono come pecore senza pastore, verso la vedova che piange il figlio, verso quelli che sono morti nel peccato e vanno verso la morte eterna. Anche noi eravamo morti a causa del peccato, ma dopo aver ascoltato la parola di Gesù siamo tornati a vivere. Così dobbiamo annunciare la sua parola, perché quelli che sono morti, ascoltandola, riprendano a vivere. La prima lettura ci insegna che morte e vita sono nelle mani del Dio d’Israele. La donna che non conosce il Dio d’Israele pensa che Dio possa mandare solo la morte. Infatti attribuisce a Dio la morte del figlio, e per questo se ne lamenta con il profeta che è il suo portavoce. Ma non osa sperare che Dio possa risuscitarlo. Il profeta, che conosce il Dio d’Israele, sa che in suo potere è la morte e la vita. Per questo si rivolge a lui chiedendogli: "Signore, mio Dio, la vita di questo bambino torni nel suo corpo". E così accade, perché il Dio d’Israele, del quale Elia è profeta, è il Dio vivente, che fa scendere agli inferi e risalire. E’ il Dio che ascolta la preghiera di chi confida in lui fino a risuscitare chi è già morto. La seconda lettura contiene la confessione di Paolo, che racconta come da persecutore della chiesa è diventato apostolo del vangelo. Lui agiva in buona fede, perché era attaccato alle tradizioni dei padri e vedeva i cristiani come eretici. Dio interviene su di lui, facendogli capire che stava sbagliando. Allude all’esperienza sulla via di Damasco, quando cadde da cavallo e sentì la voce di Gesù che lo rimproverava: "Perché mi perseguiti?". E’ l’esperienza che ha cambiato la vita di Paolo e lo ha fatto passare dalla morte alla vita nuova di cristiano. In seguito ha compreso che Dio lo chiamava ad annunciare ai pagani del tempo il vangelo di Gesù Cristo. Seguendo Gesù Cristo anche noi siamo passati dalla morte alla vita e dobbiamo annunciare a tutti la nostra esperienza di salvezza. Il Salmo è un canto di ringraziamento come quello intonato dagli israeliti dopo il passaggio del mar Rosso, come quello di Anna dopo essere stata esaudita dal Signore, come quello di Maria nella casa di Elisabetta quando ebbe la conferma che in lei si stava compiendo la parola del Signore. E’ un canto di ringraziamento di chi ha sperimentato la risposta del Signore, che ha ascoltato la preghiera ed è intervenuto ad aiutare chi lo invocava. Nello stesso tempo è una testimonianza sulla credibilità ed affidabilità del Signore. Il Signore è credibile perché non abbandona chi si rivolge a lui e gli chiede aiuto, confidando in lui. Ognuno di noi può far proprio questo canto, perché sicuramente nella nostra vita di credenti abbiamo fatto l’esperienza dell’aiuto di Dio. Magari non eravamo nella stessa situazione dell’orante, ma certamente eravamo in grande angustia, perché impotenti davanti a ciò che ci faceva soffrire. Ci siamo rivolti al Signore, lui è intervenuto e ci ha liberati. Ed ora dobbiamo testimoniare ai suoi fedeli questa liberazione, perché sentano e se ne rallegrino con noi. Dobbiamo fare della nostra vita un ringraziamento a Dio, che significa accettare tutto della sua volontà, perché se fa la piaga, in quanto sembra in collera con noi, la fascia, per farci sperimentare la sua bontà per tutta la vita.


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29 Maggio 2016 – Solennità del Corpus Domini
Liturgia della Parola: 1lettura:
Gen 14,18-20 - Salmo responsoriale: Salmo 109 - 2lettura: 1Cor 11,23-26 - Vangelo: Lc 9,11-17.


Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.
Parola del Signore

Meditazione

Nel vangelo con il miracolo della moltiplicazione dei pani Gesù ci vuole dire due cose importanti: innanzitutto che Dio si prende cura di noi e poi che noi stessi dobbiamo essere la mano di Dio che dispensa agli altri quello di cui hanno bisogno. Dio si prende cura di noi ogni giorno, anche se non ce ne accorgiamo e pensiamo che la nostra vita dipenda da noi stessi e dal lavoro delle nostre mani. Se riflettiamo attentamente su tutto quello che ci vuole per vivere, ci rendiamo conto che intervengono molti fattori che non dipendono da noi. Allora capiamo che davvero Dio si prende cura di noi e ci nutre. Ma poichè è molto difficile che riflettiamo e perciò viviamo nella convinzione che la vita dipenda da noi, si creano a volte delle situazioni in cui sperimentiamo l’impotenza a provvedere per noi stessi e per gli altri. E’ quello  che capitò agli israeliti nel deserto, dove Dio ripetutamente con una serie di prodigi intervenne per sfamarli e dissetarli. Sperimentiamo pure l’impotenza ad aiutare il prossimo bisognoso che si aspetta da noi una mano di sostegno, come capitò agli apostoli davanti alla folla che seguiva Gesù: "Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini". In queste situazioni, dopo aver constatato la nostra impotenza, come ha fatto Gesù dobbiamo affidarci a Dio, che interverrà  certamente per moltiplicare i nostri cinque pani e i due pesci. Nella prima lettura vediamo che Dio manda il suo sacerdote Melchisedek con pane e vino incontro ad Abramo per rifocillarlo insieme ai suoi uomini, che ritornavano vittoriosi dalla battaglia, ma stanchi e sfiniti. Poi per bocca dello stesso Melchisedek gli rinnova la sua benedizione e gli insegna a riconoscerla già all’opera nella sua vita: "Sia benedetto Abram dal Dio altissimo,/creatore del cielo e della terra,/e benedetto sia il Dio altissimo,
che ti ha messo in mano i tuoi nemici
". Abramo ha vinto i suoi nemici, perché Dio è con lui in tutto quello che fa. La benedizione di Dio è un altro modo per dire che lui si prende cura di noi e fa riuscire quello che facciamo. Nel Salmo responsoriale il futuro Messia viene paragonato a Melchisedec, in quanto come questi sarà mediatore della benedizione divina. Dio dice di lui: "Dal seno dell’aurora, /come rugiada, io ti ho generato". La rugiada era il segno tangibile della benedizione divina che rendeva feconda la terra, dando il nutrimento all’uomo. Nella seconda lettura si riporta il racconto dell’istituzione dell’eucaristia, che è la sorgente della benedizione divina posta sulla terra. Mediante l’eucaristia comprendiamo che Dio non si prende cura di noi solo per questa vita, che finisce, ma ci dona il seme di una nuova vita che non avrà mai fine. Perché l’eucaristia porti frutto nella nostra vita dobbiamo accostarci ad essa con gli stessi sentimenti di Gesù, che si è abbandonato nelle mani del Padre ed ha dato la vita per noi: " Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me»".  Rendendo grazie, Gesù manifestava il suo desiderio di compiere la volontà di Dio. Spezzando il pane, voleva significare che dava questa vita per noi perchè noi divenissimo partecipi della sua vita divina. Così pure noi dobbiamo abbandonarci nelle mani di Dio e spendere nell’amore del prossimo questa nostra vita che finisce, per ereditare la vita eterna.


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22 Maggio 2016 – Solennità SS. Trinità
Liturgia della Parola: 1lettura:
Pr 8,22-31 - Salmo responsoriale: Salmo 8 - 2lettura: Rm 5,1-5 - Vangelo: Gv 16,12-15.


Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà»
.
Parola del Signore

Meditazione

Nel vangelo di oggi Gesù dice dello Spirito Santo che conduce i credenti a tutta la verità: "Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità". Ora la verità nel vangelo di Giovanni indica la rivelazione di Dio. Gesù definisce se stesso ‘la verità’ perché è venuto appunto per rivelare Dio. Lo Spirito Santo guiderà i credenti che hanno accolto Gesù, che è la verità, a tutta la verità, perché li fa entrare in relazione con Dio. Gesù ha fatto conoscere Dio, lo Spirito Santo mette gli uomini in relazione con Dio. E come Gesù ha glorificato Dio, cioè ha manifestato che Dio è amore amando come lui, così lo Spirito Santo glorificherà Gesù nei credenti, facendoli amare come lui. Alla luce del vangelo comprendiamo meglio quello che dice la prima lettura e la domanda che si poneva il Salmista. La prima lettura attraverso il discorso della sapienza ci vuole dire due cose: Dio ha creato tutte le cose con sapienza, e quindi sono belle e buone, ma tra tutte le sue creature si compiace soprattutto degli uomini: "…ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo". Il Salmista si domanda il perché di questo comportamento di Dio nei riguardi dell’uomo: "Che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi,/il figlio dell’uomo, perché te ne curi?". Elenca quindi alcuni doni che Dio ha fatto all’uomo: "Davvero l’hai fatto poco meno di un dio,/di gloria e di onore lo hai coronato./Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,/tutto hai posto sotto i suoi piedi". Ma non dà una risposta alla sua domanda. Solo alla luce del vangelo possiamo rispondere alla domanda del Salmista: Perché Dio tra tutte le sue creature si compiace soprattutto dell’uomo? Perché Dio lo ha creato per farlo entrare in relazione con se, per farlo partecipare della sua comunione di vita. Dio infatti è comunione di vita del Padre con il Figlio e con lo Spirito Santo. E quando l’uomo a causa del peccato ha interrotto questa relazione, Dio ha mandato Gesù a riconciliarlo e lo Spirito Santo a trasformarlo. E’ quello che ci ricorda la seconda lettura: "Fratelli, giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristol’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato".  Mediante Gesù Cristo e lo Spirito Santo noi siamo ammessi ad una relazione intima con Dio, che sarà un giorno ancora più intima come ci è stato promesso, perché vedremo Dio faccia a faccia. Perciò sperimentiamo la pace con Dio e viviamo nella speranza della visione. L’apostolo ci dice che  "la speranza non delude". E ci dà anche il segno per riconoscere che la speranza non delude: "perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato".  Ma come ci accorgiamo che l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori? Evidentemente dalla trasformazione che provoca in noi, rendendoci simili a Gesù. Quando noi amiamo come Gesù Cristo, quando perdoniamo i nemici come lui, quando accettiamo con pazienza le prove, quando ci mettiamo a servizio degli altri, quando non cerchiamo il nostro interesse ma quello degli altri, perché ci preoccupiamo della loro salvezza, allora sappiamo che l’amore di Dio è in noi, che lo Spirito Santo è in noi, che siamo in comunione con Gesù e con il Padre, e che lo saremo anche per l’eternità.


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15 maggio 2016 – Solennità di Pentecoste
Liturgia della Parola: 1lettura:
At 2,1-11 - Salmo responsoriale: Sal. 103 - 2lettura: Rm 8,8-17 - Vangelo: Gv 14,15-16.23-26.


Dal Vangelo secondo Giovanni



In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».Parola del Signore

Meditazione
Nel vangelo l’amore che Gesù ci chiede è una risposta alla sua rivelazione dell’amore di Dio. Infatti i comandamenti di Gesù, le sue parole, la parola che ci ha annunciato, indicano la rivelazione di Dio in tutta la sua vita. Quindi l’amore di Dio in Gesù Cristo ci precede e ci interpella perché lo accogliamo nella nostra vita. In altre parole perché ci lasciamo amare. Quest’amore entra nella nostra vita mediante lo Spirito Santo che il Padre manderà nel nome di Gesù, cioè per completare l’opera di Gesù. Mediante lo Spirito Santo che rimane con noi per sempre, saranno con noi anche il Padre e il Figlio: "noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui". Lo Spirito Santo completa l’opera di Gesù, facendoci entrare in relazione di vita con Dio.
La prima lettura ci dice cosa fa lo Spirito Santo per la chiesa: suscita la parola della predicazione. Infatti i discepoli di Gesù dopo che "furono colmati di Spirito Santo… cominciarono a parlare… delle grandi opere di Dio". La chiesa nasce e si edifica mediante la parola della predicazione, prima quella di Gesù e poi quella dei suoi discepoli. Se noi siamo credenti è perché abbiamo accolto la parola della predicazione, che ci ha raggiunto nelle sue varie forme: insegnamenti, consigli, esortazioni, catechismo, omelia, da parte di genitori, nonni, parenti, amici, conoscenti, catechisti, sacerdote, comunità cristiana. Lo Spirito Santo plasma la chiesa, che è la nuova umanità, formata da uomini di tutti i popoli, che accolgono la parola della predicazione. E’ lo Spirito che suscita la comprensione e l’accoglienza di questa parola, facendola riconoscere come è veramente quale parola di Dio. I cristiani provenienti da ogni parte della terra, pur parlando lingue diverse, sono concordi nella fede, nella speranza e nella carità. La chiesa è opposta alla città degli uomini, rappresentata dalla torre di Babele. La città degli uomini è una società in cui si vuole fare a meno di Dio. Sappiamo come andò a finire questo progetto: gli uomini parlavano la stessa lingua, ma ad un certo punto non si capivano più tra di loro.
La seconda lettura ci dice cosa fa lo Spirito Santo per i singoli credenti: ci fa vivere come figli di Dio. Infatti opera tra noi e Dio una corrispondenza, per cui desideriamo quello che a lui piace. Genera tra noi e Dio intimità, per cui sentiamo il bisogno di rivolgerci a lui e di chiamarlo come faceva Gesù: "Padre". Lo Spirito Santo è in noi pegno della risurrezione nell’ultimo giorno: "E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi". Perché tutto questo avvenga, dobbiamo assecondare lo Spirito Santo, lasciandoci guidare sempre da lui.
Il Salmista si augurava che il Signore potesse gioire delle sue opere, come si rallegrò all’inizio, quando vide che tutte le cose che aveva fatto erano buone. Purtroppo a causa del peccato è entrato nel mondo la corruzione. Mediante il dono dello Spirito Santo Dio pone nella creazione, a partire dagli uomini, l’antidoto alla corruzione. Dobbiamo anche noi augurarci che il Signore sia contento della sua creazione, soprattutto di noi, perché ci lasciamo guidare dal suo Spirito.

"Gioisca il Signore delle sue opere.
A lui sia gradito il mio canto,
io gioirò nel Signore
".

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8 Maggio 2016 – Ascensione del Signore

Liturgia della Parola: 1lettura: At 1,1-11 - Salmo responsoriale: Salmo 46 - 2lettura: Eb 9,24-28;10,19-23 - Vangelo: Lc 24,46-53.

Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».
Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.
Parola del Signore

Meditazione
Oggi celebriamo l’ascensione al cielo di Gesù. Dobbiamo dunque domandarci che cosa significa e cosa è avvenuto nell’ascensione al cielo di Gesù?

A questa domanda vogliono rispondere i brani della parola di Dio. La prima lettura ci dice che Gesù si è sottratto ai nostri sguardi: "…mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi". Gesù, assumendo la nostra natura umana, si era reso visibile sulla terra. Con l’ascensione entra nella sfera di Dio anche con la natura umana che ha preso da noi. Per questo si sottrae ai nostri sguardi. Il vangelo infatti ci dice che Gesù "si staccò da loro e veniva portato su, in cielo", e la seconda lettura che è entrato "nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore". Come nell’Antica Alleanza il sommo sacerdote entrava una volta l’anno nella stanza più santa del tempio per compiere il rito dell’espiazione, così Gesù, sommo sacerdote della Nuova Alleanza è entrato nel tempio del cielo per comparire davanti a Dio. Con una grande differenza, che il sommo sacerdote dell’Antica Alleanza doveva compiere il rito ogni anno, perchè il sangue di animali non poteva eliminare i peccati, mentre Gesù con il sacrificio di se stesso, compiuto una sola volta, ha eliminato definitivamente i peccati. Ora è al cospetto di Dio per intercedere a nostro favore. Per mezzo di lui, ci dice sempre la seconda lettura, possiamo accostarci a Dio, e vivere in amicizia con lui. Prima di ascendere al cielo, Gesù affida ai discepoli il compito di essere suoi testimoni: "Di questo voi siete testimoni…di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra". I discepoli sono testimoni di tutti gli avvenimenti decisivi della vita di Gesù: la sua passione, morte, risurrezione e ascensione al cielo. Sono testimoni non solo perché hanno assistito ai fatti, ma perché istruiti da Gesù, come si legge nel vangelo, hanno capito il significato di questi avvenimenti. Tutto è avvenuto secondo le Scritture. Resta ancora una cosa da realizzare, di cui avevano parlato le Scritture:  "…nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati". Per essere pienamente testimoni devono ricevere il dono dello Spirito Santo, che li renderà partecipi della vita di Gesù. I discepoli cercano di speculare sull’avvento del regno di Dio, restano a guardare il cielo per vedere se Gesù ritorna. Prima Gesù e poi gli angeli li rimproverano: "…non spetta a voi…perché state a guardare il cielo?". Il nostro compito non è di speculare sulla venuta definitiva del regno di Dio, né di aspettare la manifestazione del Signore senza far nulla. Gesù ci ha affidato il compito di essere suoi testimoni. Anche noi che abbiamo creduto alla testimonianza dei discepoli della prima ora, siamo divenuti testimoni. Non abbiamo visto, ma abbiamo creduto a quelli che hanno visto e abbiamo compreso che Gesù è morto per i nostri peccati ed è risorto per renderci partecipi della vita divina. Mediante lo Spirito Santo viviamo della stessa vita di Gesù e del Padre. Dobbiamo dunque testimoniare con gioia che per mezzo di Gesù Dio è nostro re e regna su tutta la terra... regna sulle genti", vivendo nell’attesa della manifestazione gloriosa di Gesù, "con cuore sincero, nella pienezza della fede, con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura", mantenendo "senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è degno di fede colui che ha promesso".


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1 Maggio 2016 – VI domenica di Pasqua

Liturgia della Parola: 1lettura: At 15,1-2.22-29 - Salmo responsoriale: Salmo 66 - 2lettura: Ap 21,10-14.22-23 - Vangelo: Gv 14,23-29.

Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse [ai suoi discepoli]:
«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: "Vado e tornerò da voi". Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate»
.
Parola del Signore

Meditazione

Il brano del vangelo di oggi riporta la risposta di Gesù a Giuda di Giacomo e poi il suo annuncio della venuta del Paraclito. Bisogna capire bene la risposta di Gesù, perché a primo acchito si ha l’impressione che il nostro amore debba precedere l’amore di Gesù, e invece le cose stanno al contrario. In questo brano la parola o le parole di Gesù si riferiscono a tutta la sua rivelazione, che si riassume nell’amore. Gesù ci ha rivelato in tutta la sua vita che Dio è amore. Quindi osservare la sua parola significa accogliere e custodire l’amore di Dio nella propria vita. Significa in poche parole lasciarsi amare da lui. L’amore di Dio dunque che si è manifestato in Gesù Cristo precede il nostro amore. E a noi come primo atto di amore viene chiesto di lasciarci amare da Dio. Questo vuol dire Gesù affermando: "Se uno mi ama, osserverà la mia parola". Nello stesso tempo Gesù promette la venuta del Paraclito, lo Spirito Santo che ci farà assimilare la rivelazione di Gesù, cioè l’amore di Dio: "…il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto". Mediante l’accoglienza dell’amore di Dio, le tre persone divine vengono ad abitare in noi: "…noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui". Il segno tangibile di questa presenza in noi è la pace, quella autentica che porta serenità alla nostra coscienza e ci fa vivere in armonia con il prossimo e con il creato. La prima lettura ci ricorda  che la chiesa è il luogo dove viene custodita la rivelazione di Gesù e dove opera lo Spirito Santo. La chiesa è costruita sul fondamento degli apostoli, che sono i testimoni della rivelazione scelti da Gesù stesso. La comunità di Antiochia, consapevole di ciò, davanti alla difficoltà che si è venuta a creare, pensa di rivolgersi agli apostoli che si trovano a Gerusalemme: "Fu stabilito che Paolo e Bàrnaba e alcuni altri di loro salissero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione". Gli apostoli, dopo aver esaminato la questione, prendono una decisione, consapevoli di essere assistiti dallo Spirito Santo: " È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi…". Quando nel credo diciamo: credo la chiesa una, santa, apostolica, con quest’ultima nota, crediamo che la chiesa si fonda sugli apostoli.  I vescovi in unione con il papa sono i successori degli apostoli e come tali sono assistiti dallo Spirito santo. Nel salmo si chiede a Dio di benedire il suo popolo Israele in modo che tutti i popoli della terra possano conoscere il suo modo di agire che salva e possano riconoscere che egli governa e giudica tutti i popoli. Ma la cosa sorprendente è che si dà per scontato che Dio abbia già esaudito questa richiesta e di conseguenza i popoli lo abbiano conosciuto. Quindi si dà per scontata la conversione dei popoli al Dio d’Israele. Difatti i popoli sono invitati a ringraziare Dio e a temerlo, proprio come fanno gli israeliti: "Ti lodino i popoli, o Dio,/ti lodino i popoli tutti./Ci benedica Dio e lo temano/tutti i confini della terra". Dalla realizzazione storica di questo salmo nella chiesa riconosciamo anche noi che il Dio d’Israele è un Dio che salva, e riconosciamo che egli governa tutte le nazioni sulla terra, perché lui solo è Dio. Nella seconda lettura abbiamo una descrizione della chiesa, nella sua condizione definitiva. La Gerusalemme discende dal cielo per dire che la chiesa è opera di Dio e sarà risplendente della gloria di Dio. Sara costituita di angeli e di uomini, ed avrà come fondamenti i dodici apostoli. Dio li ha scelti per essere fondamenti mediante la testimonianza a Gesù Cristo. Quindi, si dice implicitamente, che per entrare a vivere in questa città bisogna accogliere la testimonianza degli apostoli. Nella vita di questa città, non ci sono più le strutture terrene e cosmiche del mondo presente, perché Dio con l’Agnello è tutto in tutti. Dio con l’Agnello è tempio ed luce per i suoi abitanti: "In essa non vidi alcun tempio: /il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello/sono il suo tempio./La città non ha bisogno della luce del sole, /né della luce della luna: /la gloria di Dio la illumina /e la sua lampada è l’Agnello".  Quindi seconda conseguenza, se vogliamo un giorno essere cittadini di questa città, dobbiamo mettere al primo posto e curare bene la nostra relazione con Dio e con l’Agnello.


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24 Aprile 2016 – V domenica di Pasqua

Liturgia della Parola: 1lettura: At 14,21-27 - Salmo responsoriale: Salmo 144 - 2lettura: Ap 21,1-5 - Vangelo: Gv 13,31-35.

Dal Vangelo secondo Giovanni
Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».
Parola del Signore

Meditazione
Nel vangelo Gesù parla della sua glorificazione e affida ai discepoli il comandamento nuovo dell’amore. Gesù parla della sua glorificazione quando Giuda esce dal cenacolo per andare a consumare il tradimento: "Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui". Con il suo tradimento inizia la passione di Gesù che culminerà con la sua morte di croce. La glorificazione di Gesù è appunto la manifestazione del suo amore per noi fino alla morte di croce. Gesù infatti ha detto: "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici". Ma nella morte di croce di Gesù avviene anche la glorificazione di Dio, cioè la manifestazione del suo amore per noi: "Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito". Dio poi glorificherà il Figlio suo Gesù suscitando la fede negli uomini, che così sapranno riconoscere in Gesù crocifisso l’amore del Padre e del Figlio. Mediante questo riconoscimento potranno ricevere nella loro vita l’amore di Gesù. Da qui il suo comandamento: "Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri". Solo quando noi facciamo l’esperienza dell’amore di Gesù, potremo incominciare ad amare come lui.
Nella prima lettura abbiamo ascoltato che Paolo e Barnaba si preoccupano di confermare nella fede quelli che avevano creduto in Gesù Cristo. Sono ancora dei principianti e devono aiutarli a maturare nella fede. Per confermarli li preparano psicologicamente alle prove, "perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni". I cristiani, seguendo Gesù Cristo che è stato perseguitato, devono prepararsi a subire ogni sorta di prove. Ma le difficoltà non sono inutili, perché sono uno strumento per entrare nel regno di Dio. Poi si dice che "li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto", avendoli sicuramente assicurati del suo aiuto. Infatti il Signore permette le tribolazioni ma dona anche il suo aiuto per sopportarle e superarle. La lettura offre a noi credenti un ulteriore argomento per crescere nella fede: il successo della missione di Paolo e Barnaba. Al momento di partire per la missione, la comunità di Antiochia li aveva affidati al Signore. Dunque vediamo dal successo di Paolo e Barnaba che chi si affida al Signore non resta deluso, perché Dio si prende cura di lui. Nella seconda lettura abbiamo la descrizione della vita futura che Dio prepara per coloro che lo seguono. Nella vita futura non ci saranno più le cose cattive di questa vita: "E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi/e non vi sarà più la morte/né lutto né lamento né affanno,/perché le cose di prima sono passate".  E Dio vivrà in intimità con noi: "Egli abiterà con loro/ed essi saranno suoi popoli/ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio". Dio rinnova il mondo e questo rinnovamento è incominciato con la morte e risurrezione di Gesù. E’ incominciato nella nostra vita di credenti che viviamo dell’amore di Gesù. Il salmo ci invita a lodare Dio per il suo amore e per far conoscere agli uomini il suo amore e il suo regno d’amore che dura in eterno.

Salmo 144
Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature.

Ti lodino, Signore, tutte le tue opere
e ti benedicano i tuoi fedeli.
Dicano la gloria del tuo regno
e parlino della tua potenza.

Per far conoscere agli uomini le tue imprese
e la splendida gloria del tuo regno.
Il tuo regno è un regno eterno,
il tuo dominio si estende per tutte le generazioni.


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17 Aprile 2016 – II domenica di Pasqua

Liturgia della Parola: 1lettura:
At 13,14.43-52 - Salmo responsoriale: Salmo 99 - 2lettura: Ap 7,9.14-17 - Vangelo: Gv 10,27-30.

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola». Parola del Signore

Meditazione
Nel vangelo Gesù parla del rapporto che si instaura tra lui, il buon pastore, e le sue pecore. Gesù dice innanzitutto come si comportano le sue pecore nei suoi riguardi: "Ascoltano la mia voce… ed esse mi seguono". Si tratta dell’ascolto fecondo, che vuol dire obbedienza. Le pecore di Gesù gli obbediscono, perché evidentemente si fidano di lui. La sequela poi, secondo il significato biblico, indica l’imitazione. Le pecore di Gesù, dunque, si comportano come lui si è comportato. Poi Gesù dice quello che lui fa per le sue pecore: "Io le conoscoIo do loro la vita eterna…". Si tratta della conoscenza biblica che è esperienza di vita. Quindi Gesù fa sperimentare alle sue pecore la sua vicinanza e la sua amicizia. Mentre la vita eterna allude alla sua morte e risurrezione. Infatti con la sua morte e risurrezione, Gesù ci dona la vita eterna, cioè ci rende partecipi della sua stessa vita, della sua comunione di vita con il Padre: "Io e il Padre siamo una cosa sola". Infine Gesù annuncia quale sarà la sorte finale delle sue pecore: "…non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre". Questo si realizza sicuramente se noi viviamo insieme a Gesù e al Padre con sincerità e vogliamo rimanere con Gesù e con il Padre. Se noi cambiamo idea, possiamo essere strappati da Gesù e dal Padre. Questo succede quando ci lasciamo ingannare dal maligno, che cerca appunto di allontanarci da Gesù per condurci nella sua perdizione. Il nemico non ha altro mezzo per strapparci da Gesù al di fuori dell’inganno. Noi non abbiamo altra difesa che l’ascolto della voce di Gesù. Nelle altre letture vengono ulteriormente chiarite queste affermazioni di Gesù. Se Gesù è il pastore dei suoi fedeli, in che modo continua a prendersi cura di loro, ora che non è più visibile sulla terra? La prima lettura ci risponde che Gesù ci guida e si prende cura di noi attraverso la sua parola che è parola di Dio. Infatti vediamo che il protagonista della missione di Paolo e Barnaba è la parola di Dio. Abbiamo ascoltato che tutta la città si raduna per ascoltare la parola del Signore. I Giudei che contrastano Paolo con parole ingiuriose, respingono la parola di Dio. Paolo e Barnaba allora si rivolgono ai pagani per compiere la profezia su Gesù: "Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra". Gesù è la luce del mondo, come lui dirà di se stesso, in quanto è la parola di Dio che si è fatta carne. Gesù ha detto ai discepoli che sono la luce del mondo in quanto dovranno testimoniare Gesù Cristo, la parola di Dio. I pagani si rallegrano ad udire la parola di Dio che li riguarda, e quanti corrispondono a Dio credono alla parola, che dà appunto la vita eterna ai credenti. Infine si dice che la parola del Signore si diffondeva, perché ogni nuovo credente la testimoniava agli altri. Dunque il Signore Gesù guida quelli che credono in lui mediante la sua parola che dà la vita eterna. Il segno della vita eterna cioè della comunione con Dio, è il dono dello Spirito Santo che suscita la gioia nel cuore dei credenti: "I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo". La seconda lettura spiega quale sarà la sorte futura, dopo questa vita sulla terra, per coloro che hanno creduto in Gesù. Saranno in intimità con Dio e con Gesù pieni di gioia. Questo significa la descrizione simbolica: "Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani". Il passaggio dalla terra al cielo è avvenuto attraverso la grande tribolazione, che indica le prove di questa vita. I cristiani le hanno affrontate in unione con Gesù, rimanendo fedeli a lui. Questo significa la spiegazione della visione simbolica: "Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide col sangue dell’Agnello". Sono rimasti fedeli a Gesù, quindi hanno ascoltato la sua voce, come egli ha detto delle sue pecore. Ed ora Gesù continua a prendersi cura di loro. Dio li ospita nella sua tenda e Gesù li nutre, li protegge e li guida "alle fonti delle acque della vita",  Gesù continua a guidare i suoi come faceva sulla terra, con una differenza che qui tutto si compie nella fede e parzialmente, allora si compirà nella visione e in pienezza. Allora la morte sarà sconfitta definitivamente: "E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi". Quanto al numero delle pecore di Gesù, la prima e la seconda lettura parlavano rispettivamente di una moltitudine sulla terra e nel cielo. Il Salmo infine ci invita a servire Gesù nella gioia. Ma perché bisogna servire il Signore, qual è il motivo? Perché  "Solo il Signore è Dio:/ egli ci ha fatti e noi siamo suoi,/suo popolo e gregge del suo pascolo./ Perché buono è il Signore,/il suo amore è per sempre,/la sua fedeltà di generazione in generazione". Quindi servire il Signore non è solo un atto di gratitudine, ma è qualcosa di vantaggioso per noi che abbiamo bisogno del suo amore e della sua fedeltà.

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3 Aprile 2016 – II domenica di Pasqua
Liturgia della Parola: 1lettura:
At 5,27-32.40-41- Salmo responsoriale: Salmo 29 - 2lettura: Ap 5,11-14 - Vangelo: Gv 21,1-19.

Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri. Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti. Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».
Parola del Signore.


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3 Aprile 2016 – II domenica di Pasqua "Domenica della divina Misericordia"
Liturgia della Parola: 1lettura:
At 5,12-16 - Salmo responsoriale: Salmo 117 - 2lettura: Ap 1,9-11.12-13.17-19 - Vangelo: Gv 20,19-31.

Dal Vangelo secondo Giovanni
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
Parola del Signore

Meditazione
Nel vangelo Gesù risorto, apparendo, comunica ai suoi discepoli i frutti  e il dono della sua Pasqua. Innanzitutto i frutti: la pace e la gioia. Con la sua morte e risurrezione Gesù ha espiato i nostri peccati e quindi ci riconcilia con Dio. Il saluto di Gesù ai discepoli non è un semplice augurio, ma è la comunicazione della pace: «Pace a voi!». Si tratta di una pace a 360°: pace con Dio, pace con se stessi, pace con il prossimo. E quindi la gioia di essere riconciliati, non più nemici di Dio, non più divisi nella nostra coscienza, non più ostili ai fratelli: «E i discepoli gioirono al vedere il Signore». Una volta riconciliati con Dio, Gesù può comunicarci la stessa vita divina: «Detto questo, soffiò e disse loro: "Ricevete lo Spirito Santo…"…». Come nella prima creazione Dio ci ha donato la vita naturale, infondendoci l’anima, così nella nuova creazione Gesù Cristo, Figlio di Dio, ci dona la vita soprannaturale, cioè la stessa vita di Dio, infondendoci lo Spirito Santo. Abbiamo ascoltato che Gesù, mentre comunica ai discepoli i frutti e il dono della sua Pasqua, affida loro il compito di continuare la sua missione nella storia: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi… A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». I discepoli devono comunicare agli uomini quello che hanno ricevuto, i frutti e il dono della Pasqua. Ma per poter ricevere i frutti e il dono della Pasqua bisogna credere nella testimonianza dei discepoli, che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, risorto dai morti. Gesù proclama beati quelli che crederanno alla testimonianza dei suoi discepoli, cioè della sua chiesa: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Beati perché diventeranno partecipi della vita divina, avranno la vita nel suo nome.
Nella prima lettura abbiamo una breve descrizione della vita della chiesa. In questa descrizione risaltano tre cose: il ruolo degli apostoli e di Pietro, i segni, la crescita. Quelli che credono in Gesù non vivono isolatamente ma fanno parte di una comunità, guidata dagli apostoli, tra cui risalta la figura di Pietro, come un altro Cristo: «portavano gli ammalati persino nelle piazze, ponendoli su lettucci e barelle, perché, quando Pietro passava, almeno la sua ombra coprisse qualcuno di loro». Poi i segni: «Molti segni e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli». Infine la crescita continua del numero dei credenti: «Sempre più, però, venivano aggiunti credenti al Signore, una moltitudine di uomini e di donne…». I prodigi e la crescita continua sono i segni della presenza del Signore. Nella seconda lettura ci viene detta un’altra cosa molto importante. Giovanni, nel giorno del Signore (come sarà chiamato dai cristiani il primo giorno dopo il sabato a motivo della risurrezione di Gesù), ha una visione: vede Gesù risorto con abiti sacerdotali in mezzo ai sette candelabri d’oro. La visione, significa che Gesù è presente in tutte le comunità cristiane radunate per celebrare la santa messa, ed è lui l’unico sacerdote che celebra la santa eucaristia. Gesù affida a Giovanni un messaggio consolante per tutte le comunità cristiane: «Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi. Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle presenti e quelle che devono accadere in seguito». Quindi Gesù può liberare dalla morte quelli che confidano in lui. Anche noi oggi siamo radunati nel giorno del Signore, per celebrare la santa eucaristia. Abbiamo creduto alla testimonianza della chiesa, che Gesù è il Figlio di Dio ed abbiamo ricevuto i frutti e il dono della pasqua di Gesù, mediante il battesimo. E continuiamo a riceverli ogni volta che lo desideriamo nei sacramenti della riconciliazione e nell’eucaristia. Facciamo parte della famiglia di Gesù, e sappiamo che lui è in mezzo a noi per continuarci a donare la pace e la gioia del perdono e la vita divina. Anche a noi il Signore affida la sua missione di testimoniare e portare agli altri quello che abbiamo ricevuto: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi»


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27 Marzo  2016 – Pasqua di risurrezione
Liturgia della Parola: 1lettura: At 10,34.37-43 - Salmo responsoriale: Salmo 117 - 2lettura: Col 3,1-4 - Vangelo: Gv 20,1-9.


Dal Vangelo secondo Giovanni
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti. Parola del Signore

Meditazione
Davanti alla tomba vuota i tre discepoli di Gesù hanno tre atteggiamenti diversi. Maria senza entrare pensa che qualcuno abbia portato via il corpo di Gesù. Pietro entra ed ispeziona la tomba. La presenza dei teli con cui era stato avvolto il corpo di Gesù e del sudario farebbe escludere l’ipotesi di un furto. Ma Pietro non sa che cosa pensare. Infine il discepolo che Gesù amava, dopo essere entrato vide la tomba vuota e credette. Questo discepolo ha creduto che Gesù fosse risorto dai morti. Mediante la fede ha pensato la spiegazione giusta della tomba vuota: Gesù è risuscitato. Il discepolo che Gesù amava è simbolo del perfetto discepolo. Solo lui ha avuto il coraggio di seguire Gesù fino alla croce. Ha ricevuto da Gesù moribondo le sue ultime volontà ed ha accolto con se la madre di Gesù come sua madre. Ora entrato nel sepolcro vuoto vede e crede che Gesù è risorto. Noi siamo chiamati ad imitare l’atteggiamento di fede di questo discepolo. La fede ci fa guardare la realtà com’è veramente. Mediante la stessa fede del discepolo noi potremo scorgere la presenza di Gesù risorto nella sua chiesa e nella nostra vita di cristiani.
Nella prima lettura troviamo un riassunto della testimonianza degli apostoli su Gesù Cristo. E’ la testimonianza su cui si fonda la nostra fede cristiana. Noi l’abbiamo ascoltata nella chiesa che l’ha ricevuta dagli apostoli, e la custodisce e trasmette agli uomini di tutte le generazioni. Questa testimonianza viene chiamata Kerigma, una parola greca che significa annuncio. Nel kerigma ci sono tre fatti storici fondamentali: la predicazione di Gesù che libera gli uomini che incontra dalla schiavitù del demonio, la sua morte voluta e compiuta dagli uomini, e la sua risurrezione voluta ed operata da Dio. Gesù risorto è stato costituito da Dio giudice dei vivi e dei morti. Alla testimonianza degli apostoli si unisce la testimonianza dei profeti, cioè delle Scritture, che chiunque crede in Gesù ottiene il perdono dei peccati, cioè la liberazione dalla schiavitù del demonio. Il Kerigma è breve perché è il primo annuncio della testimonianza su Gesù e mira a suscitare la fede degli uomini. Ma serve anche a noi credenti a ricordare qual è il fondamento della nostra fede e che cosa riceviamo credendo. Mediante la fede riceviamo subito il perdono dei peccati, e per il futuro la liberazione dalla condanna, quando Gesù verrà a giudicare i vivi e i morti. Quindi detto in altri termini riceviamo la vita eterna.
Nel Salmo responsoriale abbiamo ascoltato una profezia della risurrezione di Gesù: “La pietra scartata dai costruttori
è divenuta la pietra d’angolo”. Dio, che è buono, ha ribaltato la sorte di Gesù, facendolo passare dalla morte alla risurrezione. Ma Dio ha ribaltato anche la nostra situazione facendoci passare dalla morte del peccato alla vita nuova dei figli di Dio. Nel battesimo noi siamo morti alla vita che abbiamo ereditato da Adamo, la vita dell’uomo vecchio, e siamo risorti alla vita che abbiamo ricevuto da Gesù Cristo, la vita dell’uomo nuovo. Sul piano fisico e sensibile, noi non abbiamo visto né la nostra morte né la nostra risurrezione. Ma la parola di Dio ci assicura che la nostra vita di prima è cessata ed è iniziata per noi una nuova vita. Noi non viviamo più la vita di Adamo ma la vita di Gesù Cristo. E siccome Gesù Cristo è in Dio, e Dio è invisibile, è invisibile anche la nostra nuova vita. E’ invisibile ma è in noi. Il fatto che non si vede, non vuol dire che non esiste. La nostra intelligenza, la nostra memoria e la nostra volontà non si vedono. Ma nessuno di noi dirà che non esistono, perché noi siamo quello che siamo, e facciamo ogni cosa per mezzo di esse. Così è della nuova vita in Cristo, non si vede ma c’è in noi. E possiamo sperimentarne la presenza e i frutti, se ci lasciamo guidare da Gesù. A questo mirano le esortazioni dell’apostolo nella seconda lettura: “Cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra”. Il nostro punto di riferimento deve essere Gesù Cristo. Guardiamo a lui per ricevere comandi, consigli, direttive. Basta che in noi ci sia questa disponibilità, e il resto lo farà Gesù Cristo. Così come l’intelligenza, la memoria e la volontà, si rendono in qualche modo visibili attraverso le parole e i comportamenti, così se Gesù Cristo è la nostra guida, la sua vita in noi si renderà in qualche modo visibile attraverso quello che diciamo e facciamo. In poche parole dobbiamo diventare testimoni di Gesù Cristo risorto. La nostra testimonianza sarà convinta, se avremo sperimentato la sua salvezza. Sarà credibile, se vivremo secondo i suoi insegnamenti.

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24 Marzo  2016 – Giovedì Santo
Liturgia della Parola: 1lettura: Es 12,1-8.11-14 - Salmo responsoriale: Salmo 115 - 2lettura: 1Cor 11,23-26 - Vangelo: Gv 13,1-15.


Dal Vangelo secondo Giovanni

Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri». Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi». Parola del Signore

Meditazione
In questa meditazione sulla parola di Dio voglio attirare la vostra attenzione su tre frasi che troviamo nelle letture di oggi: “…li amò sino alla fine….sarà per voi un memoriale…un sacrificio di ringraziamento…”.
La prima frase compare nel vangelo: “Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”. Questo amore sino alla fine indica pienezza e continuità. Gesù ci ha donato tutto il suo amore, non si è trattenuto nulla. Gesù ha stabilito con noi un rapporto d’amore duraturo, per l’eternità. Quest’amore di Gesù sino alla fine si riferisce alla sua morte di croce e alla lavanda dei piedi che la rappresenta. Nella lavanda dei piedi Gesù rivela con quale atteggiamento va incontro alla morte di croce. Lui affronta volontariamente la morte per noi, cioè perché noi abbiamo la vita. L’amore di Gesù dunque si fa servizio di vita per noi. Pietro non accetta l’umiliazione di Gesù che vuole lavargli i piedi: “Tu non mi laverai i piedi in eterno!”. Allo stesso modo non accetta il discorso di Gesù sulla sua morte di croce. Ma se Pietro non si lascerà lavare i piedi, se non accetterà la morte di Gesù sulla croce, non potrà vivere in comunione con lui. In poche parole, se Pietro non si lascerà amare da Gesù, dall’amore di Gesù che si fa dono di vita, non potrà vivere da amico di Gesù.
E qui dobbiamo spiegare il significato di memoriale che troviamo nella prima lettura a proposito della cena pasquale e poi nella seconda lettura a proposito della santa messa: “Fate questo in memoria di me”. Fare memoriale, fare memoria, nel senso biblico, significa partecipare attraverso il rito agli avvenimenti della salvezza ricordati. Celebrando la cena pasquale gli israeliti partecipavano alla liberazione dalla schiavitù dell’Egitto. Celebrando la santa messa noi cristiani partecipiamo  alla passione, morte e risurrezione di Gesù, cioè al suo amore per noi. Gesù ha istituito la santa messa e i sacerdoti, perchè riceviamo il suo amore che ci salva. Ogni volta che celebriamo la santa messa Gesù ci lava i piedi, Gesù muore sulla croce per noi, donandoci il suo amore. Partecipando alla santa messa, nutrendoci della eucaristia, noi viviamo in relazione di amore con Gesù. Non solo, siamo trasformati dal suo amore, perché possiamo amare come lui. Infatti Gesù diceva: “Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi”. Attraverso il sacramento noi impariamo a seguire l’esempio di Gesù, a lavarci i piedi gli uni gli altri, o detto in altri termini ad amarci con un amore disinteressato e gratuito, come quello dei genitori verso i figli. L’ultima frase riguarda “un sacrificio di ringraziamento”. Il Salmista si domandava: “Che cosa renderò al Signore per tutti i benefici che mi ha fatto?”. E rispondeva impegnandosi ad offrire un sacrificio di ringraziamento. In quel tempo i sacrifici a Dio era fatti con l’offerta animali. Questi sacrifici antichi, come anche quello dell’agnello pasquale, erano una preparazione al vero sacrificio gradito a Dio: il sacrificio del Figlio Gesù Cristo. Che cosa offriremo dunque al Signore per tutto quello che ci ha dato e ci dona? La santa messa, il sacrificio d’amore di Gesù. Perché se l’offriamo con sincerità di cuore trasformerà tutta la nostra vita in sacrificio d’amore. Vivremo cioè amando il prossimo come Gesù ci ha insegnato.

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20 marzo 2016 – Domenica delle Palme
Liturgia della Parola: 1lettura: Is 50,4-7- Salmo responsoriale: Salmo 21 - 2lettura: Fil 2,6-11 - Vangelo: Lc 22,14-23,56.


Meditazione
Abbiamo ascoltato nel vangelo che Gesù è consapevole che si devono realizzare in lui le profezie sul servo sofferente del Signore. «Perché io vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: “E fu annoverato tra gli empi”. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo compimento». Queste profezie si trovano nel libro del profeta Isaia e sono quattro canti dove si parla di un misterioso servo del Signore. La frase appena citata da Gesù fa parte del quarto canto. Nella prima lettura abbiamo ascoltato una parte del terzo canto. Il servo non fa resistenza a Dio che lo chiama ad un missione di sofferenza perché gli obbedisce, e non fa resistenza agli uomini che lo fanno soffrire, perché non rende male per male. Si comporta così perché si fida di Dio ed è sicuro che il Signore lo libererà. «Il Signore Dio mi assiste,/per questo non resto svergognato,/per questo rendo la mia faccia dura come pietra,/sapendo di non restare confuso». Nel racconto della passione vediamo la realizzazione storica della profezia.
Gesù va incontro alla sofferenza e alla morte liberamente e per amore. Sa bene quello che sta per accadergli e non si tira indietro. Nell’orto degli ulivi, poco prima della passione, si abbandona fiducioso alla volontà del Padre: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Gesù sopporta con pazienza tutto quello che gli infliggono i suoi nemici: derisioni, percosse, accuse false, condanna ad una morte infamante. Non impreca contro i suoi nemici ma li perdona e li scusa: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». E quando sente approssimarsi la fine, si abbandona serenamente nelle mani del Padre: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Anche nel Salmo abbiamo una profezia di Gesù. L’uomo che parla si sente come una preda circondata dai cani, i nemici che stanno per finirlo, si dividono i suoi beni, le vesti e il mantello. I malvagi nella sofferenza del giusto trovano una conferma alla loro incredulità:
«Si fanno beffe di me quelli che mi vedono,/storcono le labbra, scuotono il capo:/“Si rivolga al Signore; lui lo liberi,/lo porti in salvo, se davvero lo ama!”». Al contrario l’uomo giusto anche nel fondo della sofferenza non cessa di affidarsi a Dio e di sperare nel suo aiuto: «Ma tu, Signore, non stare lontano,/mia forza, vieni presto in mio aiuto». Nel racconto della passione intervengono diverse persone, che possiamo suddividere in esempi negativi e positivi. Sono tutti peccatori, tutti sbagliano nei riguardi di Gesù, ma alcuni si pentono, altri si ostinano nel loro comportamento.
Gli esempi negativi sono Giuda il traditore, i capi del popolo, i soldati, Pilato, Erode, il cattivo ladrone. Fanno del male a Gesù e non si pentono.
Gli esempi positivi sono Pietro, il popolo, il centurione, il buon ladrone. Pietro, dopo averlo rinnegato, pianse amaramente. Il popolo, dopo la morte di Gesù, se ne ritornava percuotendosi il petto. Il centurione comandava quelle guardie che inflissero tante sofferenze a Gesù. Ma al momento della sua morte riconosce che Gesù era un uomo giusto. Il buon ladrone, che aveva speso la vita facendo del male, riconosce di subire il meritato castigo e dice a Gesù: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gesù, muore nella condizione più umiliante, sulla croce. L’inno della seconda lettura, parlandoci di Gesù ci fa venire in mente il comportamento contrario di Adamo. Mentre Gesù, che è Dio, si spoglia della sua divinità e si fa uomo, vivendo obbediente a Dio Padre fino alla morte di croce, Adamo, che era uomo, voleva farsi come Dio e si è ribellato a Dio. Ma qual è stato il risultato? Adamo è andato incontro alla morte: “Polvere sei e in polvere ritornerai”. Gesù invece con la sua obbedienza a Dio fino alla più profonda umiliazione è stato esaltato: «Per questo Dio lo esaltò/e gli donò il nome/che è al di sopra di ogni nome,/perché nel nome di Gesù/ogni ginocchio si pieghi/nei cieli, sulla terra e sotto terra,/e ogni lingua proclami:/“Gesù Cristo è Signore!”,/a gloria di Dio Padre». Dunque la vita di Gesù non finisce con la morte ma con la sua risurrezione. Gesù è stato esaltato nella natura umana che aveva assunto da Dio. Cioè è stato reso partecipe della signoria di Dio. In Gesù Dio ci chiama ad essere partecipi della sua divinità, ad essere come lui. Perciò chi confida in Dio non resta deluso. Il Salmo si conclude con il giusto liberato che loda Dio nell’assemblea dei credenti e li invita ad unirsi alla sua lode e al suo ringraziamanto:

«Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli,
ti loderò in mezzo all’assemblea.
Lodate il Signore, voi suoi fedeli,
gli dia gloria tutta la discendenza di Giacobbe,
lo tema tutta la discendenza d’Israele»

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