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L'unità d'Italia in controluce

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L'Unità d'Italia in controluce

La ricorrenza del 150° anniversario dell'Unità d'Italia ripropone il tema della nostra identità nazionale e fa emergere il bisogno di una profonda revisione storiografica della "Rivoluzione italiana". Condividendo questo bisogno di verità storica propongo alcune riflessioni controcorrente, e chiedo sin d'ora scusa delle inevitabili sintesi che dovrò fare.
1.La questione cattolica. Nei secoli che precedettero l'Unità, l'Italia non era mai stata un'entità unica dal punto di vista politico e amministrativo: un insieme di popolazioni legate esclusivamente dall'elemento religioso e dalla memoria di Roma. Visto che la religione e la Chiesa cattoliche erano di fatto gli elementi unificatori delle popolazioni preunitarie sarebbe stato logico che tali elementi costituissero la base su cui costruire il processo di unificazione nazionale e statuale e che l'identità nazionale si fondasse sull'identità religiosa. Non fu così. La rivoluzione italiana mosse in direzione opposta rispetto ai valori della tradizione religiosa popolare. La netta prevalenza delle correnti liberali e massoniche creò una scissione tra cattolicesimo e movimento patriottico. La rivoluzione nazionale si pose il compito di creare una "nuova" Italia: laicista, anticattolica e anticlericale. La distruzione della Chiesa cattolica assunse una funzione strumentale rispetto al conseguimento dell'unificazione nazionale.
Costituito il regno d'Italia ci si accorse che "fatta l'Italia, bisognava fare gli italiani": risultò ben presto evidente la necessità di costruire la nuova nazione. E poiché l'unificazione nazionale era stata raggiunta senza consenso popolare, i "padri della patria" si sostituirono al popolo e rivendicarono il diritto di essere loro la nazione. "Un modo di fare la storia alla rovescia. L'Italia si trova ad essere l'univo Paese d'Europa la cui unità nazionale sia avvenuta in feroce contrasto con la propria Chiesa nazionale. La scissione tra sentimento cattolico e patriottismo è un elemento fondativo della nostra identità nazionale".
L'unificazione nazionale fu raggiunta senza l'appoggio della Chiesa cattolica e, anzi, in netto e polemico contrasto con essa.
La politica anticattolica e anticlericale, già avviata nel regno di Sardegna, venne estesa al nuovo Stato unitario. La "guerra legislativa che ne derivò mirò non soltanto all'incameramento dei beni ecclesiastici ma pretese di regolamentare la vita, l'organizzazione e il funzionamento della Chiesa cattolica, sottoponendo quest'ultima ad una violenza sistematica.
"L'espropriazione e la vendita dei beni ecclesiastici fu il più grande furto legalizzato della storia d'Italia", un "ladrocinio sacrilego" e Vittorio Emanuele II "cacciò più monaci e suore dalle loro case che austriaci dal campo di battaglia".
I beni della Chiesa - "beni dei poveri da restituire ai poveri" - in realtà, nei nostri territori, vennero acquisiti dai galantuomini e dagli agrari.
Il dissidio tra Stato italiano e Chiesa cattolica causò l'estraneazione delle masse popolari cattoliche - cioè della stragrande maggioranza della popolazione italiana dell'epoca - dalla partecipazione politica: ai cattolici fu vietato di prendere parte alla vita politica del nuovo Stato, a cui venne meno la legittimazione popolare, anche perché, nei decenni postunitari, i movimenti radicale e socialista sostennero un'azione di aperta e pregiudiziale contestazione dello Stato liberale e borghese.
Oggi, alle celebrazioni del 150° anniversario dell'Unità italiana, hanno partecipato più cardinali che politici; al festeggiamento dell'unificazione mancarono papa, cardinali e masse cattoliche. E tutto ciò avveniva nonostante che lo Statuto Albertino stabilisse che "la religione cattolica è la religione dello Stato".
2.La questione meridionale. Fra gli Stati preunitari il regno di Sardegna fu quello che si pose alla guida della rivoluzione nazionale. Fu fatta prevalere l'idea che i Savoia fossero l'unica dinastia sinceramente animata dall'italianità, mentre il loro intendimento iniziale era piuttosto quello di ampliare i propri domini territoriali, da perseguire nel solco della tradizionale e opportunistica "politica del carciofo", tipica della dinastia sabauda.
Una volta fissato l'obiettivo della creazione della "nuova" Nazione fu avviato un movimento di delegittimazione e mistificazione degli Stati preunitari, in particolar modo dello Stato pontificio e del regno delle Due Sicilie. Il regno dei Borbone divenne "la negazione di Dio".
Per dare legittimità alle annessioni dei territori già appartenenti agli Stati preunitari furono indetti i plebisciti, oggi valutati per quello che in realtà furono: delle autentiche farse ed esempi di malefatte e brogli elettorali.
La spedizione garibaldina - resa possibile anche dall'appoggio massonico inglese, dall'opera di corruzione sostenuta dallo stesso Cavour, dall'apporto dei picciotti siciliani e dai camorristi di don Liborio Romano - fu ben presto incanalata nell'alveo della conquista regia e della piemontesizzazione forzata. I piemontesi apparvero conquistatori ed  usurpatori, non liberatori e fratelli. Il dissenso e la protesta sociale antiunitaria delle popolazioni meridionali vennero liquidarti come manifestazioni di delinquenza comune, endemica nelle popolazioni meridionali. La lotta al brigantaggio - con le sue atrocità - resta un nervo scoperto della nostra storia nazionale. Agli occhi dei nuovi governanti, per di più assurti al ruolo di liberatori, il Sud d'Italia era "Affrica" e i suoi abitanti "peggio dei beduini". "Andare a Napoli significa andare a letto con un lebbroso". "La lotta al brigantaggio fu brutale. Il computo dei morti non offre cifre sicure e definitive; è certo, però, che il loro ammontare fu superiore, e di molto, a quello dei caduti, proprio di tutti, in tutti i moti e le guerre risorgimentali dal 1820 al 1870".
Vicende tragiche subirono i soldati dell'esercito borbonico; basti ricordare la "tratta dei napoletani" nella lugubre fortezza di Fenestrelle (Prealpi torinesi).
Mancando il consenso popolare, l'annessione delle regioni meridionali fu assicurata dagli stati d'assedio e dall'esercito (120.000 soldati). "L'esercito è il filo di ferro che ha unito e mantiene unito il Paese". Nei nostri territori la lotta la brigantaggio fu portata avanti con ferocia e spietatezza dal piemontese colonnello Pietro Fumel; a lui, il Consiglio comunale di Cosenza, nell'aprile del 1862, concesse la cittadinanza onoraria "per l'opera che ha prestato nella distruzione dei ladroni". Oggi, Fumel, Cialdini, La Marmora e Pinelli sarebbero stati deferiti al tribunale penale internazionale.
Le condizioni di vita delle popolazioni meridionali, all'indomani dell'Unità, peggiorarono decisamente: nuove e più gravose imposte, coscrizione obbligatoria, drenaggio di ricchezza dal Sud al Nord, smantellamento dell'apparato produttivo, piemontesizzazione forzata e accelerata. "Senza il saccheggio del risparmio storico dello Stato borbonico l'Italia sabauda non avrebbe avuto avvenire e sarebbe stata sepolta dalla montagna del debito pubblico accumulato per finanziare le annessioni". Tra le nuove imposte figurava anche quella detta del "decimo di guerra", il cui ricavato  doveva servire a coprire le spese sostenute dal governo piemontese per l'annessione dei nuovi Stati: i meridionali furono così costretti a pagare anche le spese della loro non richiesta annessione al nuovo Stato. La stessa spedizione garibaldina, a Palermo come a Napoli, fu caratterizzata da episodi di vere e proprie ruberie del denaro pubblico e del patrimonio dei Borbone.
L'atavica fame di terra delle masse contadine meridionali rimase insoddisfatta; di contro, il ceto degli agrari e dei galantuomini - molti dei quali diverranno notabili e ascari giolittiani - fece affari con i beni degli enti ecclesiastici, il monopolio delle cariche pubbliche, il ferreo controllo dei Comuni e delle Province, la legittimazione, di fatto, delle usurpazioni compiute a danno dei demani pubblici. A Rogliano, Garibaldi - ospite di Donato Morelli, nominato governatore della provincia di Cosenza - il 31 agosto (1860) adottò due provvedimenti: ridusse il prezzo del sale e consentiva agli abitanti di Cosenza e Casali  l'esercizio gratuito degli usi di pascolo e di semina nelle terre demaniali della Sila. Partito Garibaldi per Napoli, dopo solo quattro giorni il governatore Morelli,  patriota e liberale,  emanò un decreto con il quale, nell'interesse degli usurpatori delle terre silane, limitava fortemente le terre da sottoporre a usi civici. "Bisogna cambiare tutto perché tutto resti come prima". "Fatta l'Italia, dobbiamo fare gli affari nostri".
Se la feroce repressione del brigantaggio aveva ridotto al silenzio la protesta popolare antiunitaria, le decisioni politiche dei governi postunitari non furono in grado di eliminare le cause che l'avevano generata. E ai cafoni del Sud non rimase che la dolorosa alternativa: "O brigante o emigrante". Secondo valutazioni molto riduttive, "tra il 1870 e il 1880 furono più di un milione a scegliere la strada disperata dello sradicamento. Nei decenni successivi, il fenomeno emigratorio assunse le dimensioni di un esodo. Tra il 1880 e il 1915 circa otto milioni scelsero le Americhe, con una netta prevalenza per gli USA. Quasi il 70% proveniva dalle regioni meridionali". Più che sull'aiuto dello Stato, preoccupato più delle guerre di conquista e delle avventure coloniali, in primi emigranti poterono contare sulla loro disperazione. Lo Stato, anzi, imponeva anche una tassa sull'emigrazione.
Gli emigranti meridionali - pionieri di lotte e di dolore - per di più, venivano considerati come una razza inferiore dai settentrionali ("nordici e sudici"), che condividevano la convinzione che l'Europa finisce a Napoli. "E questi pregiudizi razziali erano sostenuti con pretese scientifiche dai principali esponenti dell'antropologia positivista italiana".
Per finire, un accenno all'estensione della legittimazione democratica del nuovo Stato unitario. Il Parlamento era bicamerale: il Senato, di nomina regia, la Camera dei deputati, elettiva. La prima Camera era formata da 443 deputati. La popolazione contava 27.777.334 abitanti. Il diritto di elettorato attivo e passivo era riservato ai cittadini maschi, di almeno 25 anni di età, che sapessero leggere e scrivere e avessero pagato imposte per almeno 40 lire. Gli aventi diritto a voto furono 418.696, pari all'1,9% della popolazione, ma andarono a votare soltanto 239.583, poco più dell'1% degli italiani del tempo. Nel collegio di Cosenza - uno dei dieci in cui la nostra provincia fu suddivisa - gli iscritti furono 910. "Il suffragio ristretto impose dunque per legge al resto della società i rappresentanti delle classi agiate".
"Con il Risorgimento nasce lo Stato italiano, non però la nazione italiana; essa esisteva da secoli, riposava sulla identità italiana, classica, cattolica, romana, universale".
  Marzo 2011                  

- Cicco Giordano -


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