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Nè nostalgie, nè illusioni

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Né nostalgie né illusioni

Nell’ottobre 2011, a Todi (Perugia), gli esponenti delle associazioni cattoliche italiane hanno discusso sulla funzione che i cattolici italiani possono svolgere per il rinnovamento dell’Italia.
Dopo l’esaurimento dell’esperienza democratico – cristiana i cattolici italiani, rimasti privi di un soggetto politico di riferimento, sono alla ricerca di nuove forme di aggregazione che possano loro consentire una maggiore influenza sugli orientamenti politici generali del Paese e, quindi, una più efficace difesa di quei valori che la dottrina sociale della Chiesa  giudica come “non negoziabili”.
Dal convegno di Todi – al quale, per la prima volta dal dopoguerra, sono intervenute le diverse anime dell’associazionismo cattolico – non è emerso un progetto compiuto di impegno politico dei cattolici italiani; tuttavia, sono state elaborate le coordinate che, molto probabilmente, orienteranno le scelte dei cattolici italiani negli anni a venire.
E’, oggi, realistico proporre la formazione di un partito dei cattolici italiani?
Credo che il proposito di costituire un soggetto politico che abbia l’ambizione o la pretesa di rappresentare il mondo cattolico sia velleitario, senza futuro e destinato all’insuccesso. E cercherò di esplicitare alcune delle tante ragioni di questo mio convincimento.
Sono mutate le condizioni storiche, la struttura sociale, le aspettative, le sensibilità.
Sono comparse nuove problematiche generate dalla modernizzazione, dalla secolarizzazione, dalla globalizzazione, dall’uso sempre più invasivo delle tecnologie informatiche e telematiche.
In Europa, lo spirito religioso – e non soltanto quello di matrice cristiana – è sempre più relegato nella sfera privata e  condiziona sempre meno i comportamenti individuali e collettivi.
La politica tende più a laicizzarsi: è ritenuta uno strumento di buon governo di problemi concreti e non persegue finalità di miglioramento etico dell’individuo e della società. La politica non si propone più di conseguire una nuova antropologia.
Sono tramontate le ideologie che prefiguravano scenari di palingenesi sociale e si ponevano come portatrici di sogni di radicale rinnovamento proponendo modelli ideali, culturali, politici, etici ed economici comprensivi e totalizzanti.
La modernità e la secolarizzazione hanno mutato stili di vita e modelli di cultura, all’interno dei quali la dimensione del “religioso” e del ”sacro” condiziona sempre meno i comportamenti individuali e collettivi.
L’influenza delle Chiese ufficiali – e quindi anche della Chiesa cattolica – non è più penetrante come in passato. Al fine di far fronte alla crescente scristianizzazione Benedetto XVI ha avviato un’azione di  “rievangelizzazione” dell’Europa.
Una caratteristica oggi prevalente è la tendenza degli individui a comportarsi nelle più importanti sfere della vita prescindendo dai propri convincimenti religiosi; questa tendenza, intimamente contraddittoria, è più rimarcata nei campi della sessualità, della cultura e della politica.
Oggi sono diffusi il relativismo etico e l’”ateismo pratico”; nelle coscienze giovanili soprattutto è la dimensione del tempo presente a subire un’accentuata dilatazione: il passato è una curiosità folklorica e il futuro, con le sue pesanti incertezze, è continuamente spostato in avanti.
La precarietà non riguarda soltanto la condizione lavorativa degli individui ma è divenuta una caratteristica esistenziale: è precario il lavoro (e quindi il reddito), ma sono instabili e provvisorie anche le condizioni personali, le relazioni interpersonali, i rapporti familiari, le aspettative professionali, le stesse appartenenze politiche.
Le migrazioni umane – che interessano direttamente il nostro Paese – portano anche modelli di cultura, stili di comportamento e sensibilità religiose che mettono in crisi le nostre certezze, generando disorientamento, relativismo e scetticismo anche nella sfera spirituale e religiosa.
In un contesto siffatto mi chiedo che senso avrebbe la costituzione in Italia di un “partito cattolico” o di un “partito dei cattolici” con l’ambizione di condizionare fortemente gli orientamenti politici generali di un Paese divenuto sempre più scettico, relativista e multireligioso.
L’esperienza maturata dai cattolici italiani (e non soltanto dai cattolici) nella Democrazia Cristiana, proprio perché storicamente molto datata, è irripetibile e quindi non più proponibile con fondate prospettive di successo.
Con le sue luci e le sue ombre quell’esperienza resta consegnata alla storia politica del nostro Paese, della quale, tuttavia, non ha costituito un semplice accidente: riproporla oggi sarebbe un’operazione di nostalgici, un tentativo di restaurazione, un’illusione destinata ad essere travolta dalla complessità del mondo odierno.
Una recente indagine sociologica conferma che “i cattolici non vogliono un partito tutto loro”. L’essere credenti ha poca influenza sulle decisioni politiche in occasione delle elezioni. Dei “praticanti”, soltanto il 26% di dice favorevole alla costituzione di un soggetto che organizzi politicamente la loro presenza nelle istituzioni elettive pubbliche. Il 44% dei “praticanti” ritiene, invece, dannosa e inopportuna la formazione di un partito cattolico.
“La stessa fede, le stesse gerarchie, in altra epoca solide, si sono appannate, non costituiscono più un collante sociale. I credenti credono per modo di dire, vanno a messa (se vanno) per tradizione familiare, per attaccamento ai costumi e al campanile, non per intima e profonda convinzione. La gente si sposa in chiesa e battezza i propri figli, ma i coniugi si separano e divorziano. Solo i morti sono rimasti cattolici ferventi: il 90% dei funerali si celebra in chiesa. Un po’ poco per rifondare un partito di vivi”.
“Fino agli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, in Italia gran parte dei credenti erano anche praticanti e, attorno alle parrocchie, scandivano la propria vita con le festività religiose. Oggi tutto è diverso. La pratica nelle chiese è quella che vediamo. Assistiamo a una sorta di nomadismo culturale, politico, religioso e spirituale che denota una trasformazione complessiva delle nostre esistenze individuali e collettive”.
Un’opera di fondazione e di formazione attende i cattolici italiani: temprare le coscienze, promuovere la partecipazione politica, favorire l’attitudine al confronto tra visioni diverse nelle singole scelte, testimoniare la coerenza tra sfera pubblica e privata, rendere credibile l’assunzione di un mandato rappresentativo, praticare in modo esemplare il valore della condivisione (solidarietà, carità).
E’, a ben pensarci, un’opera prepolitica, ma è anche una condizione pregiudiziale al rinnovamento della politica italiana e all’avviso di una nuova stagione dell’impegno politico dei cattolici.
Oggi, la presenza dei cattolici italiani è molto forte e diffusa nel campo dell’associazionismo: una presenza sociale molto ramificata, ma che sulla politica generale del Paese incide molto poco.
E’ una condizione di incompiutezza che deve essere superata non tanto mediante la formazione di un “contenitore” politico – partitico, ma attraverso il coordinamento programmatico “a rete”, fondato sul comune impegno ad attivarsi, nei diversi ambiti, con coerenza nella difesa di quei valori che i cattolici assumono come “non negoziabili”.
La politica ha subito, negli ultimi anni, un processo di snaturamento: ha abdicato alla sua naturale funzione di indirizzo e di guida ed ha assunto il compito di remunerare le corporazioni di interessi che boicottano ogni tentativo di riforma.
Occorre ritornare alla politica, resistendo alle lusinghe dell’antipolitica.
I cattolici debbono concorrere al ripristino del primato della politica, intesa come governo del bene comune. Più che la formazione di un “partito cattolico” sembra oggi più utile costituire una rete che dia organicità e forza rappresentativa alla diffusissima presenza dei cattolici nei vari ambiti della realtà sociale.
Più che reduci o nostalgici, occorrono oggi testimoni credibili e pionieri coraggiosi, che non abbiano pretese totalizzanti e rinuncino al comodo paravento di etichette partitiche o di equivoche coperture ecclesiastiche.

Cicco Giordano

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