Rivista in Cammino

Vai ai contenuti

Menu principale:

Viaggio tra i vizi capitali: la Superbia

Contenuti > In primo piano


VIAGGIO TRA I VIZI CAPITALI: La Superbia


La nostra rivista, da questo numero in poi, ci porterà in viaggio tra i vizi capitali. Il Dizionario etimologico della lingua italiana, di Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli, definisce il vizio quale "Abitudine inveterata e pratica costante di ciò che è, o viene considerato male". Proprio per la dimensione di abitudinarietà che il termine esprime, non è allora corretto identificare il vizio con il peccato in senso stretto. Quest'ultimo, infatti, è un atto cattivo singolo con le sue connotazioni proprie; l'altro, invece, è un costume acquisito, una disposizione abituale che è generata dal peccato iniziale e a sua volta genera peccati in modo costante e continuo. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, ai numeri 1865/66, precisa che "Il peccato trascina al peccato; con la ripetizione dei medesimi atti genera il vizio. Ne derivano inclinazioni perverse che ottenebrano la coscienza e alterano la concreta valutazione del bene e del male. In tal modo il peccato tende a riprodursi ed a rafforzarsi, ma non può distruggere il senso morale fino alla sua radice. I vizi possono essere catalogati in parallelo alle virtù alle quali si oppongono, oppure essere collegati ai peccati capitali che l'esperienza cristiana ha distinto, seguendo san Giovanni Cassiano e san Gregorio Magno. Sono chiamati capitali perché generano altri peccati, altri vizi. Sono la superbia, l'avarizia, l'invidia, l'ira, la lussuria, la golosità, la pigrizia o accidia".
In questa occasione ci occuperemo del primo vizio capitale: la superbia.
Il citato san Gregorio Magno sostiene che essa è l'origine di tutti i vizi. Il Santo Padre Benedetto XVI  ricorda che "l'uomo vuole essere sempre meno dipendente e sempre più una specie di Dio che non ha bisogno di nessun altro. Da qui scaturisce quella volontà di sottrarsi ad una condizione di bisogno che chiamiamo presunzione". La superbia, nella vita di ogni giorno, può avere tanti volti. Ma una cosa accomuna quanti sono afflitti da questo vizio: non si accorgono degli altri.
Ci chiediamo: ma chi è il superbo per antonomasia? La risposta, per chi conosce un po' di storia, è molto facile: Tarquinio, il settimo ed ultimo re di Roma. L'appellativo di superbo se lo meritò per aver negato la sepoltura al suocero, Servo Tullio, a cui aveva strappato il trono e per aver fatto trucidare un po' di senatori poco accomodanti. Anche il figlio, Sesto Tarquinio, si meritò lo stesso appellativo del padre. Invaghitosi della bella e virtuosa Lucrezia, la violentò infischiandosene che fosse la moglie del generale Collatino. La donna fece giurare vendetta ai nobili romani e si tolse la vita. Quest'atto segnò l'inizio della fine dei Tarquini.
Il segreto dei trionfi e dei tonfi dei superbi, dunque, sta nel fatto che loro se ne fregano di tutto e di tutti. Tengono la testa talmente alta che gli altri nemmeno li vedono. Superbi sono certamente i dittatori, per i quali le altre persone sono dei semplici strumenti privi di alcun valore. Hitler sosteneva che "il terrore è lo strumento politico più efficace. Non me ne lascerò privare soltanto perché una massa di stupidi smidollati borghesi pretende di esserne offesa". Stalin, ancora più lapidario affermava che: "un morto singolo è una tragedia, un milione di morti sono una statistica".
A volte si parla del superbo come di un narcisista. Non è la stessa cosa. Quest'ultimo, infatti, ha bisogno degli altri per farsi poi ripetere quanto sia dotato. Per il superbo, come detto, gli altri sono semplici pedine, non gli serve costruire relazioni con loro. Egli vive in un mondo vuoto e la sua vita non è altro che il peccato del rifiuto. Più banalmente, piccoli superbi sono, ad esempio, coloro che per essere apparsi una volta in tv, con lo strascico della più effimera fama, se ne vanno a naso alzato dimostrando la bontà di un famoso detto popolare: "la superbia è figlia dell'ignoranza". Più tragicamente, bisogna ricordare che essa appartiene a chi, trovandosi in una posizione di potere, si sottrae ai controlli e non si fa attraversare mai da alcun dubbio, mettendosi nelle condizioni di provocare tragedie. Quella del Vajont (accaduta il 9 ottobre del 1963) è uno dei casi più clamorosi e terribili di superbia umana. Il padre Dante, nel Purgatorio, pone sulle spalle dei superbi pesanti fardelli. Se in vita, infatti, camminavano a testa alta, altezzosi, ora devono procedere chini.
La superbia, che può anche essere detta orgoglio, è indubbiamente il pensiero-sentimento malvagio più grave, è il "grande peccato" da cui il credente chiede a Dio di essere preservato (Salmo 19 versetto 14). Essa è innanzitutto un peccato contro Dio, che echeggia la tentazione accolta e consumata da parte di Adamo ed Eva nel loro rapporto con il Signore (Genesi capitolo 3 versetto 5). Da ciò si evince che l'orgoglio è il peccato che si consuma nel desiderio, nella presunzione della propria superiorità rispetto agli altri, della negazione del rapporto tra il Dio creatore e l'uomo creatura. Esso è sempre un attentato alla signoria di Dio, un non voler stare al proprio posto, un non voler aderire alla realtà in cui si è ed in cui si è posti. Per questo motivo tale peccato può condurre anche alla malattia mentale, spegnendo ogni possibilità di adesione alla realtà e di comunione con gli altri.
La tentazione della superbia è presente in ogni credente e si concretizza nel pensare se stessi migliori degli altri, ma: "chi si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato" (Matteo capitolo 23 versetto 12; Luca capitolo 18 versetto 14) perché "Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili" (Prima lettera di Pietro capitolo 5 versetto 5).

Don Emilio Salatino





Torna ai contenuti | Torna al menu